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J G Sapodilla

 

LA VITTIMA SCONOSCIUTA E ALTRI RACCONTI



 

                                       La vittima sconosciutA 

- Una persona chiede di voi, signore. L’ho fatta entrare nello studio, - Wilson il maggiordomo ha parlato a bassa voce.

Non gli avete chiesto di cosa si tratta? -

 Wilson era qualcosa di più di un semplice maggiordomo, conosceva gli affari di George Page e ne godeva la più completa fiducia.

 - Sembra una persona molto riservata, impenetrabile direi. -

-Rimandatelo indietro, sto per uscire, come sapete Lady Gloria mi attende. Stasera è fuori questione. Ditegli di tornare domani. -

La relazione tra la bellissima Lady Gloria Hannox e George Page é nota solo a pochi intimi. Alla coppia piace la riservatezza e vogliono mantenere esclusiva la loro relazione.

= Questo è il suo biglietto da visita, sir. -

 Il maggiordomo porge un biglietto da visita su un vassoio d’argento, regalo della moglie del ministro degli esteri in una circostanza particolare di alcuni anni prima. George Page nota che sul biglietto sono state aggiunte alcune righe a penna senza firma,‘Vi prego di assistere illimitatamente questo mio amico a cui siamo debitori di preziosi servizi, la sua riconoscenza ci è indispensabile.’ La persona che ha aggiunto di suo pugno quelle righe ha una calligrafia che George Page riconosce subito, si tratta di qualcuno che ricopre una carica importante in un ufficio di vitale importanza, una persona che si è servita più volte di lui.  Legge a voce alta il nome del visitatore inatteso sul biglietto. 

 - Mustafà Seyan. Uuhm!   Questo tipo ha un nome turco. -

- Si, ha l’aria di uno straniero, anche se il suo inglese è corretto. Dietro la sua riservatezza mi è parso di vedere una grande eccitazione.-

-Al diavolo, devo uscire e sono in ritardo, ho un appuntamento con Lady Hannox, lo sai bene.  Ho promesso a Gloria che sarei assolutamente andato da lei stasera, ha cambiato tutto l’arredamento della casa e ci teneva a farmi una sorpresa e a sentire la mia opinione sul suo gusto nella scelta. Bene, fai entrare questo tipo alla  svelta, vedrò di sbrigarmela.

Alcuni istanti più tardi si apre la porta del salotto e il maggiordomo sollecita l’ingresso dell’ospite.

- Buona sera -, dice George dopo che il maggiordomo ha richiuso la porta. - Lei parla la mia lingua a quanto pare. -

- Sono nato a Istanbul, ma ho studiato a Oxford e mi occupo di Import-Export col vostro paese soprattutto. -

- Cosa posso fare per voi dunque? Vi prego di venire subito al punto, sono atteso e sono in ritardo. Sediamoci prego.-

- Dovete uccidere una persona per me stasera.  Il nostro comune amico mi dice che siete completamente affidabile e riservato. Naturalmente pagherò qualsiasi somma, qualsiasi.-

George Page è profondamente sorpreso e irritato. Si alza, respira profondamente e solleva le spalle.

- Mi spiace davvero, Mr Seyan, ma non mi occupo di affari privati se non nei tribunali. Ora vi prego di scusarmi ma sono atteso, buonasera.-

L’ospite non si muove, prende un sacchetto di velluto nero da un a tasca e ne mostra il contenuto sotto una lampada, una fortuna in diamanti purissimi.

- Questi sono vostri. La questione non richiederà più di un’ora e non vi sono rischi. Mi si dice che siate molto sensibile ai principi morali del diritto naturale e alle ingiustizie. E che siete insuperabile nello studio dei casi di omicidio.-

L’espressione del volto di George Page si fa intenta e interrogativa, l’ospite ha saputo quali corde toccare. La sua ostinazione per combattere quelle che egli ritiene ingiustizie è un argomento di discussione che si accende sempre quando egli entra nelle aule dei tribunali, dove tutti lo temono come avversario quasi invincibile. Quelli che lo conoscevano a fondo erano consapevoli del fatto che avrebbe potuto avere successo in qualsiasi altro campo avesse tentato. Nella aule dei tribunali arrischiava conclusioni che nessun altro penalista si sarebbe azzardato a tentare di dimostrare. Egli era ormai famoso per i casi di omicidio nei quali riusciva a far assolvere gli imputati che l’accusa riteneva di avere ormai messo per sempre dietro le sbarre. La sua logica tagliava come un coltello ben affiliato, i suoi assistenti nelle aule dei tribunali impallidivano quando egli affrontava il giudice con una richiesta di assoluzione  che pareva quanto meno improbabile. Ma chiedere la clemenza del giudice e le attenuanti gli sarebbe parsa una offesa alle sue capacità e, infine, una cosa che lo avrebbe annoiato. Ottenere l’assoluzione del suo cliente era per lui una droga e quasi sempre riusciva nell’intento. La sua specialità consisteva nel fornire una ricostruzione attendibile del delitto, ma del tutto diversa da quella fornita dall’accusa, riusciva così a insinuare il dubbio nella giuria. I suoi avversari dovevano riconoscergli una incredibile abilità nello studio dei dettagli. ‘Sembra quasi che il delitto lo abbia commesso tu, George, in vece del tuo cliente.’ Gli aveva detto una volta un rappresentante dell’accusa al termine di una di queste stupefacenti ricostruzioni del delitto in aula. ‘Ti assicuro che siamo entrambi innocenti ’ era stata la candida risposta di George Page.

Ma egli aveva un segreto. La sua conoscenza dell’animo umano si era spinta oltre il limite consueto. Più volte, parlando con un suo cliente accusato di omicidio,  che si riconosceva colpevole solo a lui, aveva scoperto che l’assassino era di elevata statura morale e intravisto in questo cliente un irrinunciabile dovere nell’assassinare la vittima e forse anche un freddo piacere. Non ha forse diritto di uccidere i colpevoli un uomo che si vede tradito dalla moglie e dal  suo socio fidato, lasciato all’improvviso senza denaro, amicizia, affetti? Non ha diritto di uccidere i colpevoli, un uomo la cui vita viene rovinata dalle calunnie?

George Page era perfettamente consapevole che in molti casi un uomo non riesce ad avere giustizia. Quest’uomo deve rinunciare a rispondere alle offese anche quando queste sono gravi e i colpevoli certi senza dubbio? Quando un suo cliente era condannato per aver commesso un omicidio in circostanze che lo giustificavano, egli provava il dolore che si prova nel perdere un amico. A poco a poco, caso dopo caso, egli aveva accettato i principio che in determinate circostanze un delitto è un diritto dell’offeso e forse anche un dovere morale, ma non sapeva che un giorno ne avrebbe tratto le conseguenze.

Era accaduto sul campo di golf, un suo avversario aveva ascoltato con grande interesse le sue teorie sull’omicidio giustificato dalle circostanze e poi aveva avuto parole di apprezzamento per il suo polso fermo. Erano diventati amici., Col tempo aveva intuito che il suo amico ricopriva un qualche incarico molto delicato nei servizi della corona. Finché un giorno non si era sentito dire qualcosa di veramente inatteso.

- Mi chiedo se avresti interesse a mettere in pratica le tue teorie, George. - Gli aveva detto.

- Che cosa intendi? - aveva risposto stupefatto.

 E così si era trovato a uccidere i nemici del suo paese, spie che facevano il doppio gioco, finanzieri che agivano in modo disonesto per paesi stranieri, trafficanti d’armi, perfino banchieri corrotti. Tutte persone che aveva modo di conoscere nel suo ambiente, di studiarne le abitudini e i vizi senza sospetto. Naturalmente aveva dovuto imparare una quantità di nozioni sia teoriche che pratiche. Aveva imparato a preparare i piani di un delitto, a eseguirlo senza errori. Anno dopo anno le sue esperienze di assassino si erano sommate a quelle nei tribunali, ed era diventato sempre più difficile far condannare un suo cliente. 

George Page è già un uomo ricco ma non riesce a staccare lo sguardo dal sacchetto con i diamanti, il suo contenuto è più che sufficiente a una vita in cui potrebbe permettersi tutto; Gloria ama viaggiare, passerebbero la vita muovendo da un paese all’altro, potrebbe comprarsi dieci, venti case nei posti più belli d’Europa. Ma per ottenere tutto questo non può commettere un delitto senza motivo.

E chi dovrei uccidere per voi, Mr Seyan? E in base a quali principi morali?-

- Dovete uccidere mia moglie.-

-Dovrei uccidere vostra moglie?  Davvero non crederete che io mi immischi in una questione tanto ordinaria. E quali sarebbero i principi morale che giustificano il delitto? Vostra moglie è per caso una pessima cuoca? Ebbene, Mr Seyan vi darò una possibilità, ma se non sarete convincente, se quello che mi chiedete é contrario ai miei principi sarò costretto a deludervi. Parlate alla svelta dunque. -   

- L’ho vista la prima volta a Istanbul. Era bellissima, era seduta a un tavolo da gioco tutte le sere e perdeva sempre. Cercava di nascondere la sua irritazione, ma si capiva benissimo che non le faceva piacere separarsi dal suo denaro. Sono un giocatore esperto, mi resi subito conto della sua inesperienza al gioco d’azzardo, mi chiedo ora se non fingesse.  Ebbi l’intuizione che il tavolo da gioco potesse essere il campo di battaglia dove conquistarla, ma non potevo certo offrirgliene in modo aperto, si sarebbe  considerata insultata. Mi sono sempre chiesto da dove avesse preso il denaro che continuava a perdere.  -

- E così? – Interrompe un sempre più impaziente George Page.

- Uno dei suoi avversari al tavolo da gioco era un mio amico e gli feci cenno che avrei voluto prendere il suo posto, infatti di lì a poco lui si alzò e io mi sedetti di fronte a quella che pareva una sprovveduta e ingenua giocatrice. Cominciai a fare in modo che la fortuna girasse dalla sua parte. Mi sorrideva compiaciuta, forse pensava davvero di essere diventata brava e fortunata, forse mi ringraziava per averle risparmiato altre perdite umilianti, forse recitava una commedia ben preparata. Oggi mi chiedo se il nostro incontro sia stato davvero casuale. Presto seppi che era rimasta senza un soldo e aveva conti arretrati da pagare, fui ben lieto di aiutarla.-

George Page ascolta con impazienza la storia del ricco ingenuo e della bella avventuriera.  

Il turco riprende come assorto nei suoi ricordi.

-Non amava parlarmi di lei , del suo passato, mi disse solo che era nata e vissuta a lungo nel vostro paese.  Poco a poco entrò nella mia vita, la presentai alla mia famiglia che ne fu affascinata nonostante fosse una straniera non musulmana. La presenza di una donna di splendida bellezza, raffinata come una regina, accresceva il prestigio della mia famiglia. Siamo la famiglia, forse dovrei dire la tribù, più ricca della Turchia, forse non solo della Turchia. Una ricchezza che ho difficoltà a valutare, accresciuta nei secoli da mercanti che hanno condotto una vita spesso rischiosa  e spesso frugale, viaggiando nelle carovane e sulle navi, prima dei treni e gli aerei. La presenza di questa regina candida, coi i capelli biondi, sembrava darci qualcosa che ci mancava, che gli altri pretendevano da noi. Il nostro matrimonio sembrò un evento naturale. -

-Venite al punto, Mr Seyan, ve ne prego, la nebbia si infittisce-

- Per qualche tempo tutto andò per il meglio, mia moglie aveva una forte passione per i gioielli, ma data la mia ricchezza non avevo difficoltà a procurargliene, ne ebbe dalla collezione provata della mia famiglia e dai migliori gioiellieri di Europa, feci tagliare molte pietre apposta per lei ad Amsterdam. Mai poi avvenne l’imprevisto, il destino è sempre dietro l’angolo. Come sapete stiamo attraversando un periodo di turbolenze nel Medio Oriente, la mia famiglia ne è preoccupata, con grande discrezione e grazie alle nostre amicizie abbiamo provveduto a trasformare in sterline e altre valute pregiate molte delle nostre proprietà. Tutto il denaro ricavato è depositato in alcune banche di Londra esclusivamente a mio nome, la mia famiglia e io siamo la stessa cosa, ma quel denaro non è solo mio, appartiene anche a qualche dozzina dei miei. Subito dopo queste operazioni finanziarie mia moglie cominciò a sentire una grande nostalgia per Londra, sapete come vanno queste cose, il desiderio di rivedere gli amici, di ritrovare i luoghi e le abitudini. In breve, per rivederla sorridere le presi una casa a Londra ed ella in effetti si mostrò molto grata. Lasciai dunque che si trasferisse, con l'accordo di farle visita ogni mese per alcuni giorni.  Questo mi consente anche di curare gli  affari di famiglia, di più per lei non avrei potuto fare. Mia moglie  portò con se tutti i suoi gioielli e un domestico, un certo Alì. Naturalmente speravo che dopo un certo periodo questa sua nostalgia le passasse e tornasse a Istanbul nella nostra casa. -

-Ancora una volta vi prego di venire al punto, - lo interrompe ancora George Page che continua a guardare insoddisfatto l’orologio.-

- Bene, un giorno ricevo una busta piena di documenti dal più noto e costoso studio legale di Londra. Mia moglie chiedeva il divorzio al tribunale. Lamentava di sentirsi sola e trascurata, di essere sgradita alla mia famiglia. Mi accusava di averla scacciata e mandata a Londra in esilio. Affermava di essere in gravi difficoltà economiche dopo avermi affidato la sua dote. E infine aveva fatto congelare nelle banche di Londra tutto il denaro della mia famiglia e ne pretendeva la metà. Non so come vi sia riuscita, ma ella conosce ogni dettaglio dei miei movimenti finanziari a Londra, probabilmente sono stato ingenuo e imprudente, mai avrei pensato a un suo tradimento. E’ tutto.-

George Page è abituato a riflettere velocemente.

-Supponiamo che accetti il vostro incarico, qual’è il piano? -

 -Oggi pomeriggio ho invitato mia moglie al circolo del cricket con la promessa di discutere a suo favore le richieste di denaro che ha avanzato. Naturalmente le ho offerto da bere al bar del circolo e ho fatto in modo che bevesse un sonnifero insapore dalla potente azione progressiva, quindi l’ho riportata a casa non appena ha cominciato a sentire l’effetto della droga. L’ho lasciata adagiata sulla sua poltrona, il bel volto avvolto dal burka, con le spalle al corridoio che vi condurrà a lei senza possibilità di errore. –

-E i domestici?-

-Sono fuori fino a domattina, inoltre suo servitore autista Alì non è tanto fedele come lei crede, ci informa di tutto a vantaggio della sua famiglia rimasta in Turchia.-

- Capisco.-

Il turco riprende con voce sommessa. 

- Mia moglie aspetta una visita per stanotte, così ha mandato liberi la sua cameriera e questo Alì. Mi tradisce oltre a voler derubare la mia famiglia. Una cosa insopportabile.-

George Page rimane assorto, il turco capisce di aver colpito il bersaglio. Ha rappresentato sua moglie come un demonio avido e immorale. George Page paragona la moglie del disgraziato turco alla sua adorabile e ingenua Gloria e si ritiene un uomo tra i più fortunati. Ora però deve capire a fondo cosa ha in mente di fare il turco.

-Credo vi rendiate conto, Mr Seyan, che sarete il primo a essere sospettato dell’omicidio di vostro moglie. Come pensate di cavarvela?-

- Sparirò dalla .scena mentre viene commesso il delitto. State a sentire il resto del mio piano.  Ora scenderemo in strada, il mio autista ci aspetta con la mia macchina. Ci seguirete con la vostra auto, il mio autista è molto esperto, conosce ogni strada e se la caverà  in questa notte di nebbia fitta. L’oscurità favorisce gli amanti e la vendetta. Ci fermeremo a metà strada per consentirmi di scendere al mio Club, che lascerò subito per imbarcarmi su un battello che mi attende al largo. Voi proseguirete, il mio autista vi farà strada fino alla casa di mia moglie e vi aprirà un cancello sul retro  dal quale potrete salire pochi gradini ed entrare da una porta di servizio che abbiamo lasciato aperta. Un breve corridoio vi condurrà dalla cucina alla porta della camera di mio moglie, che troverete addormentata come vi ho spiegato.

-Ma avete preparato un delitto senza sapere se l’assassino era disponibile. Potevate non trovarmi in casa. -

Il suo ospite annuisce.

-Forse ho tentato a caso. La casualità è un ingrediente essenziale del delitto perfetto.  Oppure questo pomeriggio il mio autista è entrato nel vostro garage con la scusa di una informazione e ha verificato che la vostra auto era al suo posto. La nebbia che si infittiva rendeva improbabile che sareste uscito. -

-Avete avuto fortuna e coraggio, come vedete stavo per uscire..-

-Compiere un delitto con successo richiede anche fortuna e nella vita la paura è cattiva consigliera.-

 - In effetti devo riconoscere che non mi sembra un piano mal congegnato, concludete vi prego.-  

- Le arriverete alle spalle, sarete silenzioso per precauzione ma non temete che vi possa sentire, il sonnifero che le abbiamo sciolto nel bicchiere sarà nel pieno effetto. Il suo voltò dovrebbe essere coperto dal burka e vi consiglio di non provare a guardarla in volto, piuttosto rimanete alle sue spalle. Il suo volto è divino, sareste ammaliato da questa sconosciuta addormentata e non riuscireste a portare a termine il vostro lavoro,  i demoni sono angeli, sapete.  E poi un delitto perfetto richiede che l’assassino non conosca la sua vittima. –

Una espressione di disgusto marca il volto di George Page nel sentirsi definire un assassino che potrebbe non riuscire a portare a termine il suo lavoro. Ma il suo interlocutore lo ignora e continua. – Il volto di quella donna non lascia trasparire nulla della volgarità del suo animo, purtroppo.-

La bella addormentata, pensa George Page. Solo che invece del bacio del principe le sarebbe toccato un laccio rosso attorno al collo. Il turco sembra non tenere conto della muta interruzione.

-Il mio autista rimarrà in strada ad attendervi, poi vi farà strada fino all’indirizzo che gli darete, egli conosce perfettamente ogni angolo della città vi assicuro, saprà guidare nella nebbia fitta che vi sarà complice. Quando sarete arrivato a destinazione egli si allontanerà con la mia  auto , non credo avrete mai modo di rivederlo. Ora c’è solo un ultimo problema. Il vostro maggiordomo tacerà sulla mia visita? Mi si dice che è un uomo completamente fidato. –

In effetti la devozione, le tacite complicità, e uno stipendio eccezionalmente elevato, hanno fatto di Wilson una persona di fiducia illimitata.  George Page lo chiama.

- Desiderate, signore?-

- Per favore Wilson, avvertite  il garage dabbasso di preparare la mia auto. Ah, Wilson, stasera non ho ricevuto visite.-

-Bene signore, buona serata.-

Viaggio nella nebbia

 Un autista silenzioso e abile si muove sicuro nella nebbia più fitta che si sia mai vista, George Page conosce le strade della sua città ma gli è impossibile distinguere dove si dirige l’autista, tiene gli occhi fissi sui fanalini rossi della macchina che lo precede e ha quasi la certezza che gli facciano compiere qualche giro per disorientarlo. Tanto meglio se non sa dove lo portano, dice a se stesso. L’auto in testa rallenta e si ferma per consentire al passeggero di scendere ed entrare nella porta illuminata di un Club. Le due auto riprendono i viaggio e si fermano di nuovo dopo pochi minuti. George Page vede scendere l’autista e scende a sua volta, in una tasca del soprabito stringe un sacchetto di velluto nero, nell’altra un laccio rosso.

 Tutto a posto

Un laccio rosso è stato lasciato accanto a una poltrona. Una donna avida e infedele ha ricevuto la sua punizione. Un sacchetto di diamanti è passato di mano. Tutto a posto. George Page è un uomo molto soddisfatto alla guida della sua auto che dirige verso l’abitazione di Gloria  seguendo le luci posteriori dell’auto che lo guida sicura nella nebbia sempre più fitta.  Egli immagina Gloria leggermente impaziente per il suo ritardo, lo sgriderà perché  la cena era ormai pronta ed è stata tenuta in apprensione per via della notte orribile. Ma egli le sorriderà, amabile e beffardo, le dirà dei loro progetti per il futuro. Immagina la sua sorpresa e di come gli occhi adirati di lei si riempiranno di miele. L’auto che precede si ferma, egli capisce di essere arrivato e scende mentre l’altra auto riparte e si allontana. Egli cerca di orientarsi, vede un portone illuminato che gli sembra quello della casa di Gloria, vi si dirige.

I fari di un’auto ferma illuminano il portone della casa di Lady Hannox. Molto strano, pensa George Page, chi può essere in visita da Gloria a quest’ora della notte? Un agente è sui gradini, George Page lo riconosce, è l’agente Smithson di Scotland Yard. Davvero insolito. Egli cerca di nascondere strani presentimenti con il suo senso dell’umorismo.

 -Buona sera agente, cosa succede. Un ladro forse? E’ una notte ideale per i ladri di case, credo che siano tutti fuori al lavoro, mi spiace per voi.-

Anche Smithson lo riconosce. – Buona sera, signore. Si tratta di un assassino a quanto sembra, non un ladro. E’ successo qualcosa di terribile nella casa. Lady Gloria Hannox  è stata trovata strangolata. Un omicidio a quanto pare. Due nostri detective sono di sopra. –

La luce dei fari dell’auto riflessa dalle minuscole goccioline di nebbia deforma i volti dei due interlocutori, impossibile decifrare le espressioni.

-La vittima è stata strangolata con un laccio rosso di seta, qualcosa che ricorda un rito orientale, Mr Page. -

E’ la voce di uno dei due detective che fa trasalire George Page.

-Voi la conoscevate, non è vero? La vostra fama nel fare lo studio della scena di un delitto ci è ben nota, ci aiuterete a trovare l’assassino spero.

-Si conoscevo Lady Hannox, ero un suo intimo amico potrei dire. Avrei dovuto vedermi con lei stasera. Potete contare su tutto il mio aiuto. -

 Il mattino dopo

- Qualcuno chiede di voi al telefono, signore. Qualcuno che conoscete, credo, il vostro amico con cui giocate sempre al golf a giudicare dalla voce, egli ha l’abitudine di non dire il suo nome . La colazione è pronta.  –

- Grazie, Wilson.-

George Page passa dalla stanza di letto allo studio per rispondere al telefono, Mai sonno fu più agitato del suo durante la breve notte. Prende in mano la cornetta.

- Salve. -

- Salve George. Avrai sentito del delitto credo. -

-.Sono arrivato sulla scena del delitto pochi minuti dopo.-

-Un vero gioco col destino, se tu fossi arrivato pochi minuti prima avresti incontrato l’assassino.-

- E’ stato un succedersi di strani eventi ieri notte. Tutto è cominciato quando si è presentato da me quel turco con una tua presentazione. Come si chiama?  Seyan, ricordo bene? -

- Ricordi bene, ma dimentica di aver mai sentito questo nome, Gloria Hannox era sua moglie.-

George Page è diventato una pietra. Fortunatamente nessuno può vedere la trasformazione avvenuta in lui nel sentire la conferma al sospetto che lo ha tormentato tutta la notte.

- Scotland Yard sospetta certamente di lui allora, di questo Seyan voglio dire.-

No, ti sbagli. Il delitto è stato attribuito a un certo Alì, l’autista tuttofare della vittima. Questo Alì è sparito e con lui sono spariti i  gioielli tenuti in una cassaforte, a quanto ha detto la cameriera tornata stamattina presto. A quanto pare sia lei che Alì l’assassino avevano ottenuto un giorno libero. Il caso è chiuso ho parlato ora con Scotland Yard.-

- Capisco, vi risulta che Mr Seyan avesse problemi con alcune banche qui, per un intervento della moglie?-

-Non so nulla. E non credo che una banca sia interessata a restare coinvolta in un caso di omicidio, non credo che vi saranno dichiarazioni non sollecitate. Mi sono congratulato con Scotland Yard per la rapidità con cui è stato risolto il caso. Mr Seyan ha lavorato per noi con soddisfazione, sai. Ci fornisce ottime informazioni sulla situazione in Medio Oriente grazie alle amicizie della sua famiglia, spesso siamo stati messi in grado di prevedere gli eventi grazie ai suoi rapporti. -

-Ma Scotland Yard non lo cerca? Dopotutto era il marito della vittima, mi sembra davvero insolito che nessuno si interessi a lui. La cameriera non ha detto nullo al riguardo ai detectives ? -

- Mr Seyan vive in Turchia, viaggia molto per affari, non è facile mettersi in contatto con lui. La cameriera ha affermato che i rapporti tra marito e moglie non erano eccellenti e che i due si incontravano per discutere del trattamento economico preteso da Gloria in seguito alla richiesta di divorzio, null’altro. Gloria era una donna privilegiata grazie alla generosità del marito e lo sarebbe rimasta anche dopo la separazione, non può essere certo questo un movente, le possibilità economiche della famiglia Seyan possono  permettersi un divorzio. Gli uffici dell’Interpol sono stati avvisati di ricercare l’autista, quel tale Alì,  per omicidio, forse si sarà imbarcato sotto falso nome su qualche nave compiacente, ha avuto tutto il tempo di organizzare il suo piano, da solo o con qualche complice. -

-Ma non sono state trovate lettere, documenti, nell’abitazione? Lo studio legale di Gloria non si è presentato?-

- Uno studio legale è interessato ai possibili clienti futuri, non a quelli che non possono più pagarli. Per il resto tieni presente che le indagini sono cominciate realmente solo nella mattinata, quando la cameriera si è ripresentata secondo le istruzioni ricevute il giorno prima, stranamente non si trovano documenti nell’abitazione della vittima, forse sono conservati in una cassetta di sicurezza che verrà fuori chissà quando, forse li ha portati via e distrutti questo Alì per maggior sicurezza.  La vita  privata della vittima era praticamente sconosciuta al giro dei nostri amici, a parte la vostra relazione. A quanto sembra, e per differenti motivi, Gloria e suo marito non si facevano vedere in giro. Rimarrebbe un punto da chiarire, ma ormai ha poca importanza.-

 - Il caso non può dirsi risolto del tutto, dunque.-

- Bene, come sai, ieri notte Scotland Yard ha ricevuto una breve telefonata concitata, subito dopo il delitto si presume, poche parole dette da una cabina probabilmente, con un accento straniero. Qualcuno voleva far sapere del delitto alla polizia. Ma chi ne era a conoscenza oltre l’assassino stesso? Un suo complice? Qualcuno che è arrivato sulla scena del delitto, forse mentre l’assassino usciva dal cancello sul retro?  In questo ultimo caso l’uomo che ha fatto la telefonata, l’ospite atteso o inatteso da Lady Hannox, doveva avere le chiavi della casa di Gloria, per poter salire e scoprire il delitto. Tu eri in rapporti eccellenti con Gloria, non è vero? -

- Si, davvero eccellenti, non troverei parola migliore. Forse il marito, l’autista e la cameriera avevano le chiavi.-

- Scotland Yard ha pensato per un momento di farti alcune domande, ma la fuga di Alì e la sparizione dei gioielli ha risolto ogni cosa. Dimentica tutto. L'assassinio di Gloria deve averti sconvolto, forse dovresti lasciare Londra, troppi ricordi.-

- Suppongo che non avremo motivo di rivederci per qualche tempo.-

- Verrà depositata una somma rilevante sul tuo conto, potresti concederti una lunga vacanza. Evita Istanbul è una città turbolenta e imprevedibile. -

 Fine

 

                                               ASSASSINIO NON RICHIESTO

- Signor Brown?-

-Si, sono io. Chi parla?-

- Devi pagarmi, signor Brown. La metà di tutto quanto possiedi, compreso quello che la compagnia di assicurazioni ti sta per dare. -

- Che diavolo stai dicendo? Chi sei? -

- Possiamo parlare apertamente signor Brown. Non credo che il tuo telefono sia più sotto controllo. L’inchiesta a tuo carico è stata archiviata da un anno. Non sei più sospettato di avere assassinato tua moglie. -

- Bene, vedo che sei ben informato. Non ti trattengo più a lungo, mi stai facendo perdere tempo. -

- Sapevo che eri innocente, signor Brown. -

- Che cosa intendi dire. Come facevi a saperlo?  Sei un detective per caso? Lavori per la compagnia di assicurazioni?-

- Ho assassinato io tua moglie. Non era questo che volevi? Nessuno meglio di me potrebbe sapere che sei innocente, almeno di fronte alla legge.-

- Ero in ottimi rapporti con mia moglie. E ora mettiamo fine a questa assurda conversazione. Mi stai minacciando per caso?-

- Davvero no, signor Brown. Nessuna minaccia. Solo che ora devi pagarmi quanto abbiamo stabilito. Non ricordi? Ti sei impegnato a dare la metà di tutto quello che possiedi all’assassino di tua moglie. -

- Sei pazzo. Non ti conosco, non ti ho dato incarichi di alcun genere. -

 - Ora sei a Miami, signor Brown, la spiaggia è piena di ragazze alle quali tu e i tuoi soldi siete simpatici, se Juanita ti viene a noia puoi scegliere. Te la spassi avanti e indietro sulla barca a vela. Niente più lavoro noioso, signor Brown, niente più moglie che ti chiama Brown Buono- a- nulla e ti rinfaccia la sua ricchezza. - 

- Come fai a sapere dove sono? Vuoi dirmi chi diavolo sei?-

- Sono l’assassino di tua moglie, signor Brown, su tuo incarico. Ricordi il Caffè sotto casa? Ci venivi tutte le sere. Tua moglie era insopportabile, tutta la serata davanti alla tv a vedere stupidi filmetti da quattro soldi. 'Mi porteresti qualcosa da bere? Renditi utile almeno in questo, Brown-buono-a-nulla'. Tua moglie aveva licenziato Juanita, la cameriera cubana a cui davi lezioni di inglese. A casa era rimasta solo la grassa cuoca tuttofare, fedele a tua moglie. Non potevi neanche fare una telefonata che arrivava la cuoca dietro a origliare. Così scappavi giù al Caffè appena possibile. -

- Non so come fai a sapere queste cose, e non mi interessa.  Sei un amico della cuoca per caso? Tutto ciò non ha niente a che fare con l’omicidio di mia moglie. Vattene all’inferno.-

- Al Caffè eri amico di un biondino. Giocavi a biliardo con lui. Gli parlavi di tua moglie. Il biondino portava sempre grandi occhiali scuri, per la luce artificiale diceva. Un tipo insolito, ma forse ti piaceva per questo. La vita a casa era noiosa come una pioggia che non smette mai. Ora sei al sole Brown, pagami. -

- Non mi ricordo di questo biondino, passato un anno e tanti giocatori.-

- Non negare, se ne ricordano di sicuro tutti quelli che frequentavano il biliardo la sera. Una coppia indimenticabile, il biondino piuttosto grasso, tu magro e nero di capelli. -

- Dove vuoi arrivare?-

- Sono arrivato. Al tavolo da biliardo una sera il biondino ti ha chiesto quanto eri disposto a pagare per far assassinare tua moglie, e poi ha detto che toccava a te. Una frase fatta rotolare liscia per gioco, come un’altra palla di biliardo. Quelle frasi innocenti tipo ‘Maledizione un freddo che uccide stasera, quanto pagheresti per essere in Africa?’. Ma tu hai risposto con aria seria. Hai offerto la metà di ogni cosa per l’assassinio di tua moglie. E io ho accettato.-

- Vuoi dire che sei il biondino del biliardo? L’assassino di mia moglie. Ti rendi conto che potrei farti rintracciare. Comunque non credo una parola di quello che dici. Sei solo un piccolo ricattatore in cerca di guai, presumo. -

- Adesso ho un’aria sportiva, davvero un ottimo lavoro l´imbottitura per farmi diventare un finto grasso, inoltre le luci al neon e la sala da biliardo fumosa confondono, non hai testimoni attendibili sul mio vero aspetto, mentre io ho buone prove contro di te. Ricordi l’anello di diamanti che tua moglie portava sempre? La cuoca si sorprese di questa mancanza quando fu interrogata. Per il resto niente altro era stato rubato. Ti leggo l’incisione all’interno ‘Due passeri e un solo nido’. Ora sei l’unico passero, signor Brown. -

- Questa storia dell’anello non è una prova. Mia moglie può averlo perso, oppure glie lo hai rubato da qualche parte mentre era distratta. Se poi hai davvero assassinato mia moglie è affar tuo. Guardati le spalle.- 

- Tua moglie avrebbe fatto un gran chiasso se avesse perso l’anello. Potrei fare in modo che gli investigatori delle assicurazioni trovassero l’anello nell’automobile della tua amichetta, o qualcosa di simile. Sarebbe un indizio a tuo carico, l’assicurazione non aspetta altro che qualche indizio per sollecitare la riapertura del caso e aspettare a pagarti. Dopo tutto la cosa è a loro vantaggio, non sei d’accordo?  Potrei chiamare la compagnia di assicurazioni e raccontare tutta la storia. Perché destare inutili sospetti, proprio ora che la barca va al vento. -

- Ero lontano quando mia moglie è stata assassinata. Ero a un congresso di venditori in un’altra città. Dozzine di buoni testimoni a mio favore. -

- Lo so bene, signor Brown, ho scelto apposta quel giorno per assassinare tua moglie. Non ti volevo certo coinvolto. Mi servi innocente, da colpevole sei inutile, il solito Brown buono a nulla. Ma senti un’altra cosa, ti siete mai chiesto come ha fatto l’assassino a entrare in casa tua di notte senza far rumore? -  

- Ti sto ascoltando, ma bada a quello che dici, potrei riferire ogni cosa. -

- Avevo una copia delle chiavi, lasciavi la giacca appesa nella sala del biliardo per ore fino a notte fonda. Ho un amico nel ramo casseforti e chiavi. Un lavoretto anonimo da cinque minuti, fare la copia. -

- Non esistono indizi a mio carico. Il mio caso è stato chiuso. Ti consiglio di sparire. -

- Le chiavi furono scambiate, signor Brown. Tu sei molto distratto. La copia fu messa nel vostro portachiavi. Ho le chiavi originali, quelle che vi furono vendute con la serratura. Suppongo che un esperto di chiavi avrebbe qualcosa da dire agli investigatori. Saresti chiamato a spiegare, davvero una noia dover lasciare la sabbia calda della spiaggia di Miami. Hai una bella barca, signor Brown, ma i soldi sono finiti. Che cosa succede se la compagnia di assicurazioni prende ancora tempo a pagare? Sono due milioni di dollari, te ne rimane uno, dopo avermi pagato.-

- Finora avete solo provato che siete un assassino e un ricattatore. Non avrai un solo dollaro. Puoi sparire o finire dietro le sbarre, scegli. -

- Poi ci sarebbe la registrazione. Nella sala da biliardo il biondino aveva un piccolo registratore nascosto. Una meraviglia tecnologica. Giudica tu stesso.-

 Click

 Voce del biondino – Ehi, Brown ti vedo nero stasera, tira aria di tempesta in casa? Uno scambio di idee con la dolce signora Brown suppongo.-

Voce di Brown - Maledetta, crede di avermi in pugno, mi ha messo al collo un laccio fatto con i suoi soldi. Mi ha licenziato Juanita, la cameriera. Dice che andavo in camera sua a giocare a carte e questo era disdicevole, la cameriera avrebbe avanzato pretese. Era un bocconcino cubano, svanita. Aveva portato la primavera in casa, la piccola. Un uccellino con la minigonna verde e gli stivali gialli, che sorride e cinguetta. Maledetta, pagherei qualsiasi somma a chi mi strangolasse quel manico di scopa.-  

 Biondino - E così Manico-di-scopa ha aperto la gabbietta di Juanita. Una situazione davvero disdicevole, George. Mettiamo che qualcuno ti liberasse di Manico-di-scopa definitivamente, ma in maniera vantaggiosa per te, saresti disposto a dargli la metà di tutto quello che ti troveresti a possedere?  Intendo dopo la liberazione dalle catene, se vogliamo definirla così. -

 Brown – Ascoltami Biondo, I sogni non hanno prezzo. Tornare a casa, Juanita che mi aspetta sorridente, la cuoca zitta in cucina. Oh, se pagherei. -

 Biondino - Manico-di-scopa non cinguetta? Forse la prendi dalla parte sbagliata. -

 Brown - Quel maledetto manico d’ombrello mi ha sposato solo per avere qualcuno da tormentare, da mostrare agli amici e ai negozianti. Adesso si è messa in testa che dovrei portare un cappello come quello dei detective nei film. Non fa che ripetere ‘Oh, avresti un’aria davvero così rispettabile e autorevole.’ Come vivere in gabbia con un pappagallo. Mi lasciai prendere al laccio dai suoi soldi.-

 Biondino – Vede in te il suo cagnolino con giacchetta e cappello. Manico-di-scopa non vorrebbe un cane trasandato.  Dovresti essere contento di tutte queste attenzioni da parte sua. Cappello e guinzaglio.-

Brown - Strangolarla lentamente, vedere la paura nei suoi occhi sbarrati, questo è il sogno che faccio ogni volta che rientro a casa. Stringere il suo collo da gallina molto lentamente, magari con qualche intervallo per farla rifiatare, sarei molto deluso e insoddisfatto se durasse meno di mezz’ora. -

Biondino - Allora affare fatto. Ti trovo uno che strangoli manico di scopa, per la metà di tutto quello che avresti. -

 Brown - Procedi pure Biondo, hai la mia approvazione. -

 Click

 - Hai sentito George? Ti sei impegnato a pagare la metà di tutto per liberarti della signora Brown. Dovrei chiederti anche gli arretrati, la metà di tutto quello che hai speso in questo tempo in volo, libero come un fringuello, con i soldi che purtroppo la signora Brown ha dovuto lasciare, Metà dei soldi che hai speso erano miei. Voglio essere generoso, mi contenterò della metà di quello che ti sta per dare l’assicurazione. Mi sono permesso di dare uno sguardo alla polizza quella notte nella tua casa, dopotutto avevo un sacco di tempo. Ero sicuro che Manico-di-scopa ne avesse una, per qualsiasi cosa potesse succederle. Naturalmente se si scoprisse che sei coinvolto nell’incidente, non ti darebbero un solo dollaro.-  

- Sono discorsi che si fanno al biliardo per passare il tempo. Cosa daresti per un cammello e un otre d’acqua nel deserto. Cosa daresti per far uccidere tua moglie.-

- Ma io ho eliminato davvero la signora Brown, altrimenti ora avresti una moglie in più e un milione di dollari in arrivo in meno. Mi devi pagare quello che avevi promesso. -

- Che senso ha tutto questo. Tu strangoli mia moglie e dopo mi chiedi di pagarti. E’ assurdo.

- Ascolta George, è il mio lavoro, sono uno specialista. Probabilmente l’unico al mondo nel mio campo. Tratto delitti perfetti. Un delitto perfetto prevede che l’assassino non conosca la vittima e che la uccida per caso, senza un movente apparente. Non conoscevo tua moglie e che motivo avrei avuto per ucciderla? Nessuno. Ma tu avevi un buon motivo per farla assassinare. E avresti pagato. Solo che nessuno lo può dimostrare, era solo nella tua testa. Saresti stato subito sospettato, lo sapevo, ma avevi un alibi inattaccabile, eri a ore di distanza in mezzo a una banda di amiconi. Magari facevi un brindisi, raccontavi una storiella, mentre io ero al lavoro. Il fatto che tu fossi all’oscuro di tutto ha impedito che tu facessi un errore, ti tradissi in qualche modo. -

- Ma al Caffè tutti ci avevano visti insieme per settimane. Potevano indagare su di te. Farti domande.-

- Sono sparito dopo il delitto. Nessuno aveva sentito i nostri discorsi. Gli altri clienti del Caffè non avranno fatto caso alla nostra sparizione e avranno pensato che in ogni caso era meglio badare ai propri affari. Suppongo che neanche tu sia più andato al Caffè, non avrai avuto voglia di sentirti gli sguardi addosso e forse era meglio non incontrarmi. Tutti avranno pensato che era normale che tu non venissi più dopo la tragedia. Avrai cercato Juanita per spassartela, sulla tua barca c’è una brunetta che parla spagnolo. Avevi buoni motivi per uccidere tua moglie, ma per fortuna il tuo alibi era meraviglioso. I detective lo avranno controllato decine di volte, minuto dopo minuto. -

- A quanto pare, Biondino, non temevi di essere rintracciato, interrogato, collegato al delitto.-

- Rintracciare chi? Il biondino del Caffè, un giaccone di pelle sulla camicia a quadri? Pieno di cotone per farmi sembrare grasso. Ma io sono di corporatura regolare. Sono un operaio del gas in tuta, oppure no, forse ricordo male, lavoro in un ufficio commerciale tipo giacca e cravatta. Cosa ti avevo detto di me? Quasi niente. Avevo detto che ero disoccupato, mi arrangiavo con diversi lavoretti occasionali ma avevo ottenuto un lavoro fisso in un’alta città, stavo per trasferirmi. Dormivo da certi parenti, o da certi amici. Nessuno fa domande a un tipo così, per paura che chieda soldi o favori. Giocavo a biliardo e ti stavo a sentire mentre mi raccontavi le ultime novità su Manico-di-scopa, questo ti bastava. E poi, bada bene George, tu non mi avevi dato l’incarico formale di assassinare tua moglie. Difficile provare un fatto che non esiste. Delitto perfetto. Un estraneo senza movente uccide tua moglie. Però il movente c’era, tu mi avresti pagato, solo che non lo sapevi. Nessuno poteva accusarti di un evento che non conoscevi e che si sarebbe realizzato a tua insaputa. Solo una probabilità su un milione che un detective sarebbe riuscito a formulare una accusa. E’ anche in questo caso improbabile, un avvocato da quattro soldi avrebbe fatto a pezzi l’accusa. -

- Hai dimenticato un particolare Biondino, un particolare o due. Per prima cosa potrei sparire e non pagarti, dopo aver preso i soldi dell’assicurazione.-

- Ma non lo farai, non sei il tipo che passa la vita a nascondersi. Te ne starai sulla sabbia calda e quando si alza il vento via in barca con Juanita. Ma non per preoccuparti per me, sono un professionista, so come cautelarmi.-

- Ma come facevi a essere sicuro che mia moglie avesse una polizza, se ti fossi sbagliato avresti commesso un omicidio per niente. E come facevi a sapere che ero suo marito e frequentavo quel Caffè. -

- Sono un professionista, te l’ho già detto, sono il migliore nel ramo delitti perfetti. So come procurarmi informazioni sicure. Allora siamo d’accordo? Mi darai un milione di dollari, quando l’assicurazione ti paga. -

- Non mi sembra di avere scelta. Hai messo insieme un piano diabolico, a quanto sembra. Ma forse c’è un punto debole. Hai previsto come farò a pagarti, a darti il denaro. Nel momento in cui ti pago si stabilisce una connessione tra noi due. Non hai pensato a questo, signor Delitto Perfetto? -

- Lascia fare a me, Brown. Vuoi sapere come mi pagherai senza lasciare tracce?  Penso che andremo a Las Vegas, io tu e Juanita, faremo qualche tavolo di poker. Mi lascerai vincere. Ci vediamo appena l’assicurazione ti paga, ti tengo sotto controllo fino ad allora. Non chiedermi come, sono un professionista, te lo devo ripetere? -

Juanita chiede soldi

- Mi spiace doverti parlare di questo, ma gli ultimi soldi che mi hai dato stanno per finire. E avrei anche bisogno di qualche vestito nuovo. Vuoi che provi a cercarmi un lavoro? Lo sai che sono abituata a lavorare. Faremo qualche sacrificio, fino a quando non avrai i soldi dell’assicurazione. -

- Juanita, sei un angelo, ma sai chi sta per arrivare stamattina? Arriva il signor Due-milioni-di dollari. Mi ha telefonato l’assicurazione, sono pronti a pagare, mandano qualcuno stamattina con l’assegno, un tizio di nome Carambola mi pare, non lascerei entrare in casa un nome tanto insolito in altre circostanze. Ma sai una cosa? La voce del tipo dell’assicurazione è come se l’avessi già sentita.-

- Cosa farai con quel biondino, gli darai un milione di dollari? Non ti nascondo che ho paura da quando mi hai parlato di quella orribile telefonata.-

- Prepara le valige, Juanita. Ce ne andiamo a Cuba. Avrai voglia di rivedere la tua casa, dopo tanto tempo. Ce ne andiamo con la barca. Credo che tutti saranno contenti di vederci, se arrivi con qualche dollaro e sbarchi nel posto giusto. Non credo che il biondino e i detective dell’assicurazione riusciranno a trovarci in quel tuo paesino nella Sierra. Ho voglia di viaggiare, stati fermi troppo tempo qui a Miami. Una lunga vacanza farà bene anche a te, passiamo da Cuba, poi magari andiamo in Colombia, vedremo. Coraggio, fai le valige.-

Un’ora dopo.

 - Juanita, suona il campanello alla porta, vai ad aprire per favore. Arriva il nostro Carambola con l’assegno, tra poco avremo due milioni di dollari. Sono pronte le valige?-

- Pronte, George, vado ad aprire. -

 Entra Carambola.

 - Mi manda l’assicurazione, signor Brown.

- Benvenuto in casa mia. -

- Conoscevo la signora Brown, vostra moglie. Ci siamo incontrati più volte nel mio ufficio. Era una donna esperta e accorta, volle essere sicura di ogni dettaglio legale nella polizza, soprattutto per quanto riguardava la possibilità che le accadesse una disgrazia, un incidente. -

-. E per quanto riguarda il mio assegno? -

Carambola tiene tra dita il rettangolo verde. Porge una ricevuta.

- La firma di ricevuta per due milioni di dollari qui sotto, signor Brown. -

- Che scherzo è questo? La cifra sull’assegno è solo per un milione di dollari.-

- Solo un milione di dollari, l’altra metà in beneficenza. Un gesto generoso girare un assegno da un milione di dollari a quella piccola sconosciuta società di beneficenza in Bolivia. –

Fine

 

                                                         LE DUE RIVALI
Le due donne sono una di fronte all’altra sui gradini della porta. Leonessa e gazzella.
- Sei Elisabeth, non è vero?- chiede la leonessa.
-Si, come hai fatto a indovinare?-
- Ti ho riconosciuta dalla foto, - risponde Patrizia.
- La foto?- Il tono della donna è sospettoso. - Quale foto?-
- La foto di gruppo presa nell’ufficio di mio marito. Quella con i dirigenti di massimo livello e loro assistenti.-
Elisabeth nota la leggera esitazione alla parola assistenti

-Mi spiace, ma mio marito non è in casa al momento. - Dice Patrizia con modi educati.- Dovevate incontrarvi qui? Non me lo ha detto. Non mi sorprende, mi dice mai niente.-
- Non ha importanza…- Elisabeth cerca di avviare un discorso, ma è così difficile parlare in modo amichevole con la moglie dell’uomo di cui è innamorata.-Non ero sicura di trovarlo qui e se…-
“Se fosse disponibile?- Patrizia sorride. - Mi spiace che non lo sia, ma noi abbiamo l’occasione di fare una piccola conversazione di conoscerci, sei la segretaria di Oscar da almeno un anno, ma non ci siamo mai parlate davvero faccia a faccia. A parte qualche messaggio al telefono, con il quale mi informavi che mio marito avrebbe fatto tardi in ufficio, per una crisi di borsa inattesa o qualche altro affare importante.-
L’enfasi sulla parola ‘affare’ spinge Elisabeth a chiedersi quanto la moglie di George sapesse della loro relazione.
- Non sarebbe meglio se tornassi indietro ad aspettare che tuo marito si metta in contatto con me?- suggerisce Elisabeth.
Patrizia sorride ma non risponde.
- Sciocchezze, cara- dice Patrizia Hardy.- Devi assolutamente provare un mio vino unico.-

Con fascino untuoso del politico esperto, Patrizia prende per il braccio l’altra donna e la guida con educazione nella sua casa, nella sua rete.
-Patrizia ,- la corregge poi la padrona di casa. -Chiamami pure Patrizia, e io ti chiamerò Elisabeth. Dopo tutto mi sembra già di conoscerti, e noi abbiamo molto in comune: mio marito per esempio. Mi parla sempre di te, sai. Di come sei piena di risorse, di come sei sempre disposta a collaborare. Di come sei sempre disposta a rimanere fino a tardi in ufficio per finire tutto il lavoro. Sempre di più e oltre il dovere, si potrebbe dire.- E si mette a ridere mentre invita la sua ospite a sedersi su una elegante poltrona e versa da una brocca di vetro decorato due bicchieri di vino rosso.
Era la prima volta che Elisabeth entrava nella casa di Oscar, di solito si incontravano in un piccolo appartamento nella città antica.
- Che bella casa hai, Patrizia- dice Elisabeth osservando tutto in giro la stanza decorata con lusso evidente e ricercato.
Elisabeth si trova a disagio se ne sta seduta sull’orlo della poltrona, il suo sguardo passa dalla padrona di casa a tutto quello che si trova sparso per la stanza: una statuetta d’avorio che rappresenta un uomo e una donna uniti in modo passionale, un quadretto dove gli avvoltoi si contendono i resti di un corpo, una lunga figura di legno con la punta di metallo arrugginita da cui scendono fili che sembrano capelli umani, infine la maschera sepolcrale del volto di un uomo che esprime un grido di terrore fissato per sempre. Elisabeth tenta di conciliare queste cose orribili con l’uomo gentile e dolce che ama. Le sembra impossibile credere che George abbia scelto questi oggetti grotteschi per decorare la sua casa.
- E’ un mio hobby- dice Patrizia, notando la spaventata curiosità della sua ospite. - Sono affascinata dall’antropologia, lo studio dell’uomo come un animale, lo studio degli istinti basici dell’uomo primitivo, l’origine del bene e del male. -
Patrizia apre le mani perfettamente curate come per riunire insieme tutti quegli oggetti inusuali sparsi per la stanza.
- Ognuno di questi oggetti costituisce un atto di una tragedia - continua Patrizia. - Infatti ognuno di essi è come l’anello di una catena unica.-

Patrizia ora ha preso in mano la statuetta d’avorio che rappresenta i due sottili corpi uniti in un abbraccio feroce e li accarezza sensualmente con un dito.
- Pare di sentire il piacere che unisce i due corpi bagnati dal sudore. I due amanti cercano di darsi e di prendere piacere l’un l’altro con tutte le loro forze. E’ come vedere i loro corpi muoversi e toccarsi.- Patrizia porge la statuetta a Elisabeth. -Tienila, sentila, godila.-
Patrizia rimane in attesa che l’ospite spaventata accetti la statuetta. Ma l’altra si limita a fissarla e si rifiuta di toccarla. A malincuore Patrizia la rimette a posto e solleva con delicatezza la figura di legno dal suo gancio nel muro.
- Adesso sono sicura che troverai molto affascinante questa piccola cosa. Come la statuetta proviene da una tribù dell’Africa Centrale, nei cui costumi si trovavano combinate un forte convincimento della monogamia e un metodo primitivo di punizione. -
Patrizia fa una pausa e prende un altro sorso di vino.
- Essi pensavano che un uomo e una donna devono restare uniti per tutta la vita. Se uno di loro commetteva quello che noi chiamiamo adulterio, allora deve essere privato della vita assieme al suo partner colpevole. Una soluzione molto semplice per un problema antico come l’uomo, non trovi?-
Elisabeth cercava di non rimanere coinvolta in questo sgradevole soggetto di conversazione e la sua paura era espressa dal suo tono di voce.
- Pensavo che Mr Hardy sarebbe di sicuro venuto in ufficio stamattina presto, anche se è sabato. Avevamo un lavoro importante. E’ forse ammalato? E’ successo qualcosa? Non mi ha chiamato, è alquanto insolito.-
- E tu ti sei preoccupata al punto di venire qui direttamente a casa sua? Davvero ammirevole. Una tale devozione al tuo capo ti fa davvero onore.-
- Mi aveva raccomandato di non mancare, avevamo un lavoro importante da finire, la fusione di due aziende. -
- Ah, una fusione. Interessante. -
Patrizia ora si china a dare qualche colpetto di simpatia sulla mano della sua ospite, ma nello stesso tempo la figura di legno che tiene nell’altra mano si ferma a qualche centimetro appena dagli occhi di Elisabeth, vicino abbastanza da permettere alla donna di scoprire una macchia scura sulla punta di metallo.-
Patrizia si accorge dello sguardo ansioso negli occhi dell’ospite e spiega con calma, - E’ sangue. Almeno così mi dicono. Si pensa che sia il sangue di qualche sfortunata vittima presa nell’atto dell’adulterio. Almeno questo è quello che dissero a Oscar quando comprò questa cosa da uno strano tipo di donna durante un suo viaggio in Africa anni fa. Probabilmente si tratta solo di invenzioni ma tu sai quanto Oscar possa essere credulone. Crede a ogni cosa gli dica una donna, quando si trova nello stato d’animo giusto.-
Non appena Patrizia risolleva la testa, un piccolo rivolo di liquido rosso le scivola da un angolo della bocca giù per il mento, prima di fermarsi sulla sua camicetta bianca dove si allarga fino a formare come una ferita sul petto.
Elisabeth guarda come ipnotizzata il cerchio di vino rosso che si allarga, le sembra come la macchia scura attorno alla punta di quella disgustosa figura in legno, una immagine orribile che la scuote con un fremito di terrore.
-Ti piace questo vino? Alcuni lo trovano troppo pesante, quasi una melassa. Ma io preferisco chiamarlo a corpo pieno. Un vino a corpo pieno con odore penetrante e sapore dolciastro. -
Mentre Patrizia ride graziosamente, Elisabeth nota che i suoi splendidi denti sono come coperti da un velo trasparente color porpora.
- L’unico problema di questo vino è che sembra macchiare tutto quello che tocca. Come quella mistura che in questa tribù africana usavano per decorare i loro corpi. Credevano che se si fossero dipinti con una mistura di argilla e sangue dei loro nemici, si sarebbero liberati per sempre dagli spiriti maligni delle loro vittime. Di conseguenza una coppia sorpresa in adulterio era condannata a morte e uccisa col coltello rituale, quindi alla moglie o al marito tradito si copriva il corpo con il sangue delle vittime che avevano recato offesa. -
Il racconto provoca a Elisabeth un tremito sgradevole. Il movimento involontario le fa cadere del vino sul vestito e il liquido rossastro si spande lentamente sul tessuto, come una lava scura che si apra la strada verso il corpo di Elisabeth.
- Vuoi dire che li uccidevano davvero solo per aver fatto l’amore?-
- Per aver fatto l’amore con la persona sbagliata.- La corregge Patrizia.
- Ma è spaventoso, usi tribali come i cannibali.-
- Non direi che fossero cannibali - la riprende Patrizia .-Non erano loro a divorare le vittime, lasciavano i loro corpi ai becchi degli avvoltoi.-
Lo sguardo di Elisabeth va istintivamente alla ricerca del macabro dipinto raffigurante avvoltoi che si disputano i resti di un corpo.
- Non stai parlando sul serio?- Chiede Elisabeth nervosamente.- Non è che una storia, un mito, non è vero?-
- Si, questo è quello che credevo anch’io - conviene Patrizia - fino a quando non mi sono trovata in mano questa maschera che si suppone di un uomo ucciso ritualmente per adulterio. A quanto pare gli anziani della tribù facevano una maschera dalle teste dei due adulteri dopo aver bevuto il loro sangue.-
Patrizia ora prende in mano l’ultimo oggetto, l’orribile maschera con i piccoli occhi scuri e la sottile pelle di pecora ingiallita sulla testa resa più piccola da un lavoro esperto. La offre alla sua ospite.
Il grido che viene dall’altra donna è un insieme di terrore e di nausea, come un automa lascia andare il bicchiere e il vino le si sparge sul petto, lo stomaco, i fianchi, come un fiume ghiacciato. Comincia a sentire spasmi acuti e incontrollabili allo stomaco, si alza di scatto e corre fuori verso la sua auto mentre gli spasmi si fanno più dolorosi.
Oscar è nello studio di sopra
-Vieni pure fuori, Oscar, se ne è andata. Ho visto la porta del tuo studio socchiusa, avrai sentito tutto. -
George esce dallo studio, divertito è irritato al tempo stesso, mostra a Patrizia un sorriso di rimprovero ma anche di complicità.
- Non avresti dovuto spaventarla così tanto non era nei patti. Eravamo d’accordo che avrei passato il lungo week-end con te, senza avvertirla del cambiamento di programma, in cambio tu avresti tollerato la nostra relazione. Non era previsto che ti mettessi a terrorizzarla. - Una piccola vendetta puoi anche perdonarmela, date le circostanze.-

Patrizia si avvia per la scala a chiocciola in legno che porta alla camera da letto, a metà dei gradini si ferma e solleva la gonna con un sorriso superbo e malizioso.
- Per quanto riguarda la nostra piccola Elisabeth potrai tornare da lei lunedì. Sembra che avremo un week-end interessante grazie al nostro accordo. forse dovremmo farne più spesso di questi accordi.-
Patrizia procede su di qualche gradino, poi si ferma ancora.
- Oh senti, Oscar, se Elisabeth non fosse scappata di corsa avrei potuto aggiungere qualcosa che avrebbe servito a renderla meno spaventata, per quanto riguarda quella tribù africana. Sembra che i saggi della tribù che sovrintendono al sacrificio degli adulteri abbiano un segreto. La notte prima del sacrificio la coppia colpevole viene messa insieme in una capanna. Se i due si maledicono e si insultano a vicenda sono condannati, ma se invece si giurano fino all’ultimo amore vengono lasciati liberi di fuggire, a patto di non tornare mai. Nel secondo caso al mattino i saggi diranno alla tribù che gli adulteri sono stati presi e portati via dallo spirito del male. Ecco potresti raccontarlo a Elisabeth lunedì. Ora che ci penso non ha avuto neppure una parola di rimprovero nei tuoi confronti. Era davvero preoccupata per te, povera piccola, fino ad avventurarsi fin qui, indifesa, oltre le linee nemiche. Sai come sono fatte queste piccole segretarie in adorazione. -

Fine

 

                                   I delitti della vedova nera

Londra. Aeroporto di Gatewick, una mattina di Novembre, anno 199XX
La Vedova Nera diede un ultimo sguardo al suo sedere roseo, riflesso dagli specchi nel bagno delle signore, le lunghe mutande di pizzo nero abbassate al ginocchio, la gonna rossa rovesciata all'indietro, in delizioso contrasto con i capelli rosso-oro.
I detectives dell'Interpol avrebbero pagato molto per avere una foto del suo sedere, sorrise compiaciuta, ma nessuno era mai stato in grado di descriverlo. Tutti quelli che lo avevano visto erano, come dire, spariti. Un ultimo essere vivente li avevi visti, una vedova nera, un ragno peloso e disgustoso, tenuto in una gabbietta di fili di cristallo. I ragni non parlano.
Patricia Strongshield, la Vedova Nera, si rimise a posto le mutande e uscì per dare una ultima occhiata a Johnny, la sua prossima vittima la stava aspettando. Ma lei non gli avrebbe fatto vedere il suo sedere, come gli aveva promesso per convincerlo all'incontro, non questa volta gli avrebbe detto. Doveva attirarlo nella villa in Sicilia. Adesso avrebbe finto di piagnucolare. Oh, Johnny, mi vergogno, è la prima volta che faccio una cosa del genere. Devi darmi più tempo. Perdonami se non mantengo la mia promessa.
Quante erano state le sue vittime? Non riusciva neanche più a ricordarlo, ricordava la prima vittima, un ricco commerciante, uno scozzese che importava salumi. Lo scozzese aveva un biglietto da visita colorato Charles Scroogle, Import Export. Addio Scroogle. Ogni volta si era detta questa é l'ultima. Ma non poteva smettere. Attirare lentamente la vittima nella sua ragnatela, scegliere e mettere da parte la vedova nera che gli era destinata. Allevare i suoi ragni nella gabbia cilindrica di cristallo, al sicuro nella soffitta della villa. Il loro veleno uccideva in pochi secondi, erano selezionati, una varietà unica al mondo.
Mentre osservava compiaciuta Johnny, fu scossa da un brivido di paura, pensando al suo futuro. Che cosa avrebbe fatto quando il suo sedere non fosse stato più tondo e sodo? La ginnastica, lo sport al sole, le creme, i massaggi, la frutta e verdura, niente era stato risparmiato per mantenersi uno splendido sedere che le ragazze spesso ancora le invidiavano. Ma non sarebbe durato sempre, le cose vanno e vengono, maledizione. Forse avrebbe dovuto cercarsi una ragazza da addestrare, una complice da mandare avanti al suo posto. Lei, Patricia, avrebbe continuato a scegliere le vittime, ad attirarli, a giocare con loro fino a quando non sarebbe venuto il momento di mostrarsi. Allora sarebbe entrato in scena il sedere della giovane complice.

Guardare ma non toccare

Ma come è cominciato tutto questo? a sedici anni patricia è già una ragazza assai graziosa.

-Non tirare tanto zia Molly, non sono certo grassa.-
- Un bustino ben tirato ti fara’ venire il sedere piu’ tondo e ben messo sui fianchi.=

- Ma non posso respirare.-
- Vincerai il primo premio anche stasera. la mia piccola Patricia torna a casa da regina.-
- Maledizione zia Molly, odio fare questa cosa. L’altra settimana ti ho portato ottocento sterline, dovrebbero bastare per qualche tempo.-
- I soldi non bastano mai, piccola. il tetto da riparare, lo steccato da sistemare, ci vorranno provviste per l’inverno, legna da ardere e carbone, pagare arretrati con la banca per via del prestito per comprare questa casa, e non vorrai negare a padre Brown il contributo per riparare l’organo della chiesa. non vorrai che abbassi la testa ogni volta che lo incontriamo.-
- Qualcuna delle ragazze dice di aver visto il vicario Brown nascosto dietro una tenda, ci viene a guardare anche lui a quanto pare. Chiede i soldi per riparare l’organo e li spende per venire a guardarci, poi dobbiamo anche sentire le sue prediche sulle ragazze che vanno in giro. –

- Tanto meglio se viene anche padre Brown, siamo sicure e sono certa che anche dai lui arriva il voto per te.-
- Per il mio sedere, non per me. -

- Va tutto per il meglio piccola, a quanto sembra hai la chiesa anglicana dalla tua parte.-
- Dalla parte di dietro. zia Molly.-
- Vuoi mettere le mutande rosa o quelle celesti? quelle rosa mi sembrano attraenti, ma quelle celesti ti danno un’aria da piccolo angelo. -
- Metto quelle celesti, per essere sicura del voto del Vicario, dovrebbe stare dalla parte degli angeli, non e’ vero zia Molly?-
- Piove, quasi una tempesta, per fortuna vengono a prenderti in calesse, ti ci vuole un ombrello molto grande, bada a non bagnarti i capelli. Queste fiere del bestiame sono una benedizione, ci saranno almeno cento persone a fare scommesse su voi ragazze stasera.-
- Anche noi ragazze facciamo parte delle fiere del bestiame, non posso sopportare una cosa del genere, ucciderei tutti quelli che vengono a guardarci e a scommettere.-
- Non mi sembra una buona idea. dopo tutto sono persone per bene, ricche, rispettabili. Ma piuttosto spiegami ancora come funziona questa cosa delle scommesse.-
- Gli uomini pagano venticinque sterline per entrare, a sala piena le ragazze vengono messe in fila, in piedi contro il muro della parete lunga, in modo da mostrare il sedere e non le facce. All’inizio siamo completamente vestite, gli uomini passano e scommettono qualsiasi somma sul sedere che preferiscono. Ogni ragazza ha un numero, scritto sul muro sopra sua testa . Le scommesse sono segrete, lo scommettitore mette il denaro in una busta e ci scrive sopra il numero della ragazza, poi mette la busta in un cappello sul tavolo del segretario che rappresenta l’organizzazione.-
- E poi cosa succede? –

- Quando tutti hanno finito di scommettere, le ragazze si tolgono la gonna e si fa un altro giro di scommesse. Infine le ragazze si tolgono anche le mutandine e si fa l’ultimo giro di scommesse. a questo punto il segretario fa la verifica, mentre noi ragazze rimaniamo li ferme a farci guardare, dopotutto gli scommettitori hanno pagato e hanno diritto a qualcosa. Vince la ragazza che attira la somma maggiore di denaro. Un terzo dell’incasso va all’organizzazione, un terzo alla vincitrice, il rimanente terzo viene diviso in parti uguali su tutte le altre ragazze.-

- E gli scommettitori cosa vincono? -
Il tipo che ha scommesso la somma maggiore sulla ragazza vincitrice ha diritto ha scoprirle il sedere.-
- Il calesse, Patricia, mettiti il mantello-

Da allora Patricia si é votata alla vendetta. Le sue forme hanno fatto di lei una giovane donna molto ricca, ha acquistato una villa in Sicilia di fronte al mare.

 Il giardino in sicilia                                                            

- Signora, avremo bisogno di uno un vero gallese per i fagiolini. Questo Smith, l’australiano che ci mettemmo l’anno scorso, non sembra adatto. -

- Vedrò cosa posso fare Gaspare, lo sai, i gallesi sono difficile da trovare, non hanno il senso artístico delle forme.-

Dling dlong

 - Qualcuno suona al cancello, Gaspare. Vorresti andare a vedere? Dovrebbe essere il gentiluomo che stiamo aspettando. -

-L’americano, signora? -

-Suppongo di si.-

-Buono per le patate. -

 Al cancello un uomo di corporatura massiccia attende che gli venga aperto. Dal modo di vestire si intuisce un uomo di affari americano. Egli si rigira tra le dita con impazienza un foglietto stampato:

 Lady Inglese mostrerà il suo sedere nudo a un gentleman disposto a pagare euro 25.000 in contanti. Solo per un minuto, guardare ma non toccare.

 Seguivano le istruzioni per prendere contatto.

 Finalmente il cancello si apre e Mr Penbleton viene ammesso.

- Sono venuto per l’invito sul vostro sito Internet. Vi ho telefonato, ricordate? Lasciate che mi presenti, sono George S. Penbleton.

- Patricia Strongfield. Come state? -

- Siete incantevole Ms Strongfield. Non vedo l’ora di ammirare le vostre grazie. -

- Non siate così impaziente, prima una tazza di tè, mio caro Penbleton. -

- Purtroppo non ho molto tempo, mi fermerei volentieri in questo incantevole giardino. Il sole, il verde del prezzemolo, il rosso dei pomodori, una vera gioia. Siete una donna fortunata a vivere qui.-

- Il merito è tutto di Gaspare, in giardiniere, egli conosce i segreti. -

- Ditemi, Ms. Strongfield, ricevete molti gentlemen interessati a questo vostro avviso?=

- Oh, certamente no. Sono molto esclusiva e riservata, poi fortunatamente non ho bisogno di denaro. Solo un paio di visite all’anno, non avrei posto per metterne altri, voglio dire i miei impegni non me lo consentirebbero. Desidero solo soddisfare il mio temperamento vanitoso.-

- Devo ritenermi un uomo fortunato.-

- Certamente Penbleton, ma forse ora sarete impaziente. -

- Eccovi il denaro, 25.000 euro in contanti.-

- Bene. Ora sono pronta a mostrarvi quello che desiderate. Ricordate l’avviso? guardare ma non toccare. -

Lentamente Patricia si alza dalla poltroncina in vimini, si gira e volge le spalle a Penbleton, solleva e rovescia lentamente la gonna, con malizia studiata si abbassa le mutandine alle ginocchia. Penbleton è estasiato alla vista di un sedere da sogno. Patricia si china, appoggia le mani a una piccola scrivania intarsiata.

- Vorreste rovesciare la clessidra sul tavolinetto davanti a voi, Mr Penbleton? Ricordate l’avviso? Solo un minuto, guardare ma non toccare.-

- Pagherei qualsiasi somma per potere accarezzare il vostro culetto superbo.-

- Ebbene mi siete simpatico, ve lo consentirò per pochi secondi. Ma vi terrò la mano. Ora vi prego, tirate le tende e avvicinatevi. Il buio mi aiuterà a vincere la mia timidezza.-

Penbleton esegue la richiesta. E’ un uomo che va incontro a una gioia inattesa, quello che si avvicina a Patricia. Egli non ha notato la mossa furtiva con cui Patricia ha estratto qualcosa da un cassetto. Patricia ha preso la sua mano, la guida verso qualcosa che lo sconcerta, un dolore acuto, gli occhi sbarrati, poi il vortice lo trascina a fondo.

Patricia ripone la piccola scatola di vetro col coperchio a molla. La vedova nera ha fatto bene il suo lavoro. Si tira su le mutandine, riapre le tende, si affaccia alla finestra.

-Gaspare, vieni su. Credo di aver qualcosa per le tue patate. –

Questa era la tecnica con la quale la vedova nera faceva fiorire le sue piante. Altri gentiluomini avevano goduto lo stesso il piacere di Penbleton nella villa.

 Un passo indietro

Torniamo all’aeroporto di Gatewick,

-Tu devi essere, Johnny.-

- Infatti Patricia, sono io.-

Siamo di nuovo a Londra quella mattina di Novembre.
Patricia è sconcertata appena si rende conto che Johnny non ha l’aria di un uomo ricco. Per qualche ragione è abituata a pensare che solo ai ricchi possa piacere il suo sedere. Naturalmente è un pensiero sciocco. Perché ai poveri non dovrebbe piacere il suo delizioso culetto? Ma ella istintivamente pensava che fosse un lusso per ricchi, come il brodo di tartaruga e il caviale. Avete mai visto un povero sorbire brodo di tartaruga? A una donna della sua esperienza erano bastati pochi secondi per capire che Johnny non era ricco. Questo poneva qualche problema imprevisto.
Avevano conversato su Internet per quasi sei mesi. Nelle lunghe conversazioni su Internet, e in quelle brevi al telefono, più volte Johnny aveva insistito per avere una foto del suo sedere. Naturalmente Patricia si era sempre rifiutata e non aveva mai pensato di chiedergli del denaro per questo. Neppure si era minimamente preoccupata di chiedergli se era ricco o povero. Dopotutto desiderava che rimanesse una amicizia a distanza. Poi qualcosa aveva fatto nascere in lei il desiderio di incontrarlo, curiosità femminile, ma nello stesso tempo aveva detto a se stessa che lo avrebbe aggiunto alla lista della vedova nera. Alla fine era capitata questa occasione di un incontro di passaggio in transito all’aeroporto. Patricia gli aveva promesso di mostrargli il suo sedere furtivamente nel bagno delle signore, ma naturalmente mentiva, era solo un modo per attirarlo. La vedova nera non poteva entrare in azione fuori della sua villa, troppo complicato e pericoloso. Lo avrebbe invitato nella villa aggiungendo che ogni cosa ha un prezzo. Ma ora il problema imprevisto, Johnny non sembrava ricco abbastanza da poter spendere tanto per ammirare il suo sedere. Bisognava decidere cosa fare, seguire il calcolo o l’istinto.
Johnny e Patricia ora sono seduti a un tavolo del bar. Una tazza di tè, un vassoio di cornetti. Ricordi delle conversazioni su Internet.
Quando mi mettevi nella lista nera perché ti dicevo dove ti avrei baciata, un bacio molto speciale davvero. Quando sei stata piacevolmente sorpresa nel vedere che mi preoccupavo per te se stavi male. Quando mi hai proibito di telefonarti perché ero stato troppo indiscreto.
Patricia ascolta e sorride, pensa che è tempo di cominciare a tessere la tela della vedova nera.
- Johnny, mi devi perdonare ma sono troppo timida. Mi vergogno a mostrarti il mio sedere qui. Verrai nella mia villa, il mese prossimo.
Non si è parlato di denaro.

I candelieri in bronzo

I candelieri in bronzo dorato erano esattamente come Patricia glie li aveva descritti, alti un palmo rappresentavano due amorini, portavano ognuno un corta candela, una rossa e una blu. Patricia si divertiva ogni tanto a girare i due candelieri  per fingere che i due amorini fossero in collera. Tra i due candelieri una piccola scatola in legno intarsiato, con un cassettino segreto, per nascondervi denaro, biglietti compromettenti, un segreto. Sulla scatola era posta la clessidra che misurava un minuto, l’ultimo minuto dei suoi sfortunati ammiratori.

 - I tuoi candelieri sono davvero preziosi, Patricia.-

Johnny sta ammirando due piccoli candelieri di bronzo dalla base larga, posti accanto alla clessidra, le candele sono quasi del tutto consumate.

-Sono candelieri di scuola fiorentina, ti piacciono davvero?-
-. Patricia, vorrei chiederti un piccolo favore, potremo accostare le tende e accendere le candele? Le tue forme di pallido rosa ne risulterebbero esaltate. La luce delle candele si addice alla bellezza di una lady.-
- Sai davvero come conquistare le donne Johnny. Permesso accordato, accosta le tende e accendi le candele. –

Con gesto lento e fiero Patricia solleva la gonna e si abbassa le mutandine, si gira e mostra il suo sedere in tutto il suo splendore. La sabbia scende nella clessidra. E’ passato un minuto, Johnny non dice una parola. Patricia diventa nervosa, tra poco sarà tutto finito, la vedova nera farà la sua vendetta ancora una volta, questo non la rende felice come le altre volte. Ma ora basta, è venuto il momento, non si può rinviare.

 -Sai una cosa Johnny? Sento una particolare simpatia per te, ti consentirò di accarezzarmi il sedere ma solo per pochi secondi, su vieni qui.-

-Sei una imbrogliona, Patricia. La clessidra dura meno di un minuto, ho controllato.-
- Cosa dici, come osi?-

Patricia è furibonda, si tira su le mutandine e mette a posto la gonna con rabbia.

-Cosa dici, non è possibile, come osi accusarmi, la mia clessidra è perfetta, fai controllare il tuo cronometro piuttosto.-

Johnny è rimasto impassibile.

– Bene, allora rifaremo la prova col cronometro. Se la sabbia nella clessidra scende in meno di un minuto allora riceverai una proposta. Non credo che ti convenga fare obiezioni, non vorrai costringermi a far sapere ai tuoi rispettabili vicini alcune cose sul tuo conto che li lascerebbero molto sorpresi.

Patricia sorride beffarda, a questo cretino devono aver rifilato un cronometro sballato. Resta solo il problema di come far entrare in azione la vedova nera, ma Patricia si sente sicura delle sue risorse, troverà il modo di avvicinare Johnny alla gabbietta di vetro. Parla col sorriso canzonatorio sulle labbra.

-Ma dimmi, per curiosità, che cosa intendi per proposta.-

 La risposta la lascia stupefatta, impaurita e profondamente irritata.

= Mi dovrai sposare.-

Patricia arrossisce e non riesce a nascondere la sua irritazione per l’impertinenza di Johnny, ma si trattiene al pensiero che ci penserà la vedova nera poi a vendicarla per l’umiliazione che Johnny le sta infliggendo.

 - D’accordo, accetto la scommessa, ma se non ti spiace useremo il mio cronometro.-
Patricia si slaccia il cinturino del suo cronometro d’oro e lo poggia sul tavolinetto. La luce delle candele illumina la clessidra e la scena imprevista.
-Gira la clessidra, io faccio partire il cronometro.-
Venti secondi, trenta, quarantacinque, la clessidra è vuota, la sabbia è scesa tutta nel cono inferiore della clessidra.

-Ebbene, piccola monella ?-
Johnny ha l’aria di essere davvero molto arrabbiato, afferra la clessidra per una estremità e la agita davanti al volto di Patricia.
Patricia è sconvolta, impaurita. Sentirsi chiamare ‘piccola monella ’ poi.

- Non so come possa essere una cosa del genere, ti giuro Johnny, ero sicura che la clessidra durasse un minuto devi credermi.-

-Non sei altro che una piccola imbrogliona, forse devo interrogare Gaspare, chiedergli dei suoi meravigliosi concimi, mostrargli le foto di alcuni tizi che sono spariti. Hai perso la scommessa, devi accettare di essere mia moglie. -

E’ una voce sconosciuta quella che risponde, non è più Patricia. -Accetto, Johnny.-

Sulla spiaggia alle Western Islands

Due sedie  a sdraio aperte sulla sabbia si toccano. Patricia è pensierosa. – Johnny, il mio bicchiere è vuoto, ti ricorda niente?-

Johnny è assai premuroso in questi giorni. -Vuoi ancora succo di ananas con ghiaccio?-

Ma non si tratta di ananas. -No grazie, non si tratta di questo. Vorrei rifare la prova della clessidra adesso, qui. Per caso ho portato con me la clessidra in questa piccola scatola vimini intrecciata a mano. Ti dispiace se controlliamo la clessidra ancora una volta?-

Johnny si mostra poco interessato. –Dimentica quella clessidra, non avresti dovuta portarla con te. Fa parte ormai di un altro mondo.-

Patricia non sembra darsi per vinta.- Stanotte non riuscivo ad addormentarmi, qualcosa mi teneva sveglia.- 

-Cosa, zucchero?-

- Grazie Johnny, mi piace quando mi chiami zucchero, anche se non sono esattamente sottile come una canna. Non faccio che mangiare frutta e dolci da quando siamo qui. Ma cosa ti stavo dicendo a proposito della clessidra? -

-Non dovevi portarla qui, zucchero, dopotutto è una prova a tuo carico .- .

Patricia sorride maliziosa. -Si, ora ricordo, non riuscivo a prendere sonno stanotte, continuavo a pensare che qualcosa non mi convinceva in quella clessidra. Ho provato la clessidra con più cronometri mentre dormivi. Mi devi una spiegazione, credo.-

-Non sei contenta di essere qui, zucchero? Butta quella clessidra nel mare.-

La sedia a sdraio di Patricia ha qualche impercettibile sussulto.- Insisto per avere una spiegazione esauriente.-

Johnny si rende conto che lo zucchero non basta per addolcire Patricia. – Ebbene, nei lunghi viaggi per mare sui velieri, di notte poteva fare molto freddo, specie se c’era una burrasca. -

Patricia serra le labbra e sorride con gli occhi. – Davvero? Pensi che stia arrivando una burrasca forse? –

=Il marinaio di guardia non era affatto contento di fare un turno lungo, ore e ore sul ponte. Poteva anche succedergli una disgrazia senza che nessuno lo sapesse. La durata del turno era data da una clessidra. In circostanze del genere si aguzza l’ingegno. Il marinaio di guardia poteva essere tentato di avvicinare una torcia al vetro della clessidra che si riscaldava e si dilatava, la sabbia scendeva più velocemente, fine anticipata del turno di guardia.-

Patricia si guarda le unghie affilate delle mani. – E’ per questo dunque che hai acceso le due candele accanto alla clessidra con la scusa di far risaltare meglio il mio sedere. Per far scorrere la sabbia in meno di un minuto e avere un pretesto. Torniamo nella nostra camera, credo che dovrò punirti come si faceva sulle  navi.-

Ma Johnny rimane ben disteso sulla sdraio. –Ti  ricordi quando mi sono fermato a parlare con Gaspare, prima di salire da te? Quell’uomo era tormentato, come se avesse avuto voglia di parlare finalmente con qualcuno. Ci siamo messi a parlare di piante, il tuo Gaspare è un uomo di grande talento in questo campo. Gli ho fatto notare che il basilico era di una varietà a foglioline piccole e scure, una cosa piuttosto insolita per il clima di Sicilia, il basilico al sole caldo del tuo giardino dovrebbe avere foglie larghe e chiare. A questo punto è successo qualcosa di davvero sorprendente, Gaspare ha cominciato a dirmi cose incredibili, come se cercasse scuse assurde. Naturalmente non ho creduto una parola di quello che mi ha detto, il povero Gaspare comincia a uscire di senno, tutto il tempo trascorso a parlare da solo con le piante nel giardino deve esserne la causa. –

 Patrizia ha ascoltato attenta, sorride. –E’ strano, Johnny, non ci siamo fatte molte domande sulle nostre attività. E’ molto buffo che io non abbia capito bene quale sia il tuo lavoro esattamente. Mi hai detto che sei nel ramo assicurazioni, non è vero?-

Ora è Johnny che sorride. – E’ presto detto, zucchero, faccio il detective per le compagnie di assicurazione. Mi chiamano per i casi difficili, per esempio quando si sospetta un caso di omicidio, o quando qualche ricco tizio scompare senza lasciare tracce, lasciandosi dietro una vedova e una polizza sulla vita.-

 Patrizia annuisce comprensiva. – Oh, sei nel ramo sparizioni, diciamo così. Una cosa interessante.-

Johnny sospira.- Ma ora pensavo di sparire anch’io. Pensavo di ritirarmi, credo che mettendo insieme i nostri risparmi ne abbiamo abbastanza. –

 Patricia sospira a sua volta.- Credo proprio che tu abbia ragione, Johnny, la clessidra fa parte di un mondo che non esiste più, non vorresti andare a gettarla nel mare.-

Ma il sole dei tropici ha felicemente reso pigro Johnny. – Seppelliscila pure nella sabbia, dopotutto dovrebbe trovarsi più a suo agio. –

Fine

                                    

                                SHYCLOCK TONES E IL MISTERO DELLA MUCCA PAZZA

Tones – Un delitto perfetto è un evento che avviene per caso, mio caro Cowson.  Esci per la strada a comprare un giornale, tiri un colpo di pistola al primo che passa, continui per i fatti tuoi, se qualcuno ti chiede cosa è stato dici ‘mah, ho sentito un colpo ’. Poi te ne vai in giro tutta la mattina, torni a casa per il pranzo, vedi gente, policemen, donne, sfaccendati. Chiedi cosa è stato. Raccogli risposte confuse. Mah, par che abbiano ucciso un tale, una rapina, una vendetta, una gelosia. Tutti cercano il movente, nessuno ti sospetta mai per un delitto avvenuto a caso. Ci può essere una eccezione se la cosa,  raramente direi, capita in mano a un detective che legge, va a teatro, un filosofo magari. Ecco un detective così può pensare che questo caso non ha soluzione perché è un delitto perfetto, allora non resta che accusare uno a caso. In astratto per colpire il colpevole di un delitto perfetto non resterebbe che prendere un colpevole a caso, e non è detto che questa soluzione non sia stata qualche volta applicata davvero.  Ma prendere un colpevole a caso non significa poi farlo condannare, bisogna aver la fortuna di sorteggiare un capro espiatorio mediocre ma dotato di insana ambizione. Perché se il colpevole scelto a caso è, diciamo, un salumiere o un notaio, insomma qualcuno non dotato di  ambizione e fantasia torbida, allora nessuna giuria lo condannerà.

Però è anche vero che un delitto a caso offre scarsi motivi di soddisfazione a qualsiasi persona di buonsenso. Che soddisfazione e vantaggio ci può essere nell’omicidio di una tale che non conosci, scelto solo perché ha la cravatta sbagliata, Un buon vero delitto perfetto è quello che elimina un concorrente, un rivale, una moglie, senza che nessuno possa provarlo, anche se chiaramente non puoi essere stato che tu. Un modo concreto di realizzare questo delitto perfetto è che la vittima muoia in un momento futuro casuale, non preordinabile e inoltre in modo diciamo così naturale, per cui nessuno può essere incolpato al di là di ogni ragionevole dubbio. Un esempio? Un veleno che viene propinato oggi e una sola volta alla vittima senza sintomi immediati, ma agisce a una distanza di tempo variabile con l’apparenza di una intossicazione naturale, ecco questa potrebbe essere la realizzazione di un delitto perfetto. Ma si possono immaginare altre realizzazioni del delitto perfetto. Per esempio potrei dire alla nostra Mary Teapot ‘Siete una bastarda e il vostro thè è semplicemente disgustoso’, lei ne morirebbe di crepacuore tra un anno o due lontano da qui.=

Cowson – Ma il movente in tal caso Shylock? -

Tones– Il modo abietto con cui tratta la mia miscela di Ceylon e Birmania per fare il nostro thè, direi. Ora mia caro Cowson vi ricordate di Ms Lardy, quella orribile donna che venne qui un paio di mesi fa? Una donna indubbiamente molto avara.-

Cowson – Come avuto potuto fare alcuna deduzione sulla sua avarizia, Tones? -

Tones – Quando la nostra Mary aprì la porta, assieme a Ms Lardy entrarono alcune tipiche imprecazioni del vetturino che l’aveva condotta qui. Elementare Cowson. -

Cowson – In effetti Tones trovai quella donna poco interessante a prima vista, sapete a volta basta sentire il tono di voce con cui dicono ‘Buona sera, perdonatemi il disturbo, ma si tratta di questione di vitale importanza’ per capire che ci attende una conversazione noiosa, poi c’era quel suo modo astioso di stringere contemporaneamente le labbra e la borsetta. Per questi motivi vi lasciai parlare da soli, col pretesto di dover pulire i fucili per una battuta di caccia.-

Tones – In effetti Ms Lardy non aveva un aspetto particolarmente attraente, ma in quanto alla sua conversazione vi sbagliate, fu particolarmente interessante. -

Cowson – E allora Tones, non vorreste ricordare quella conversazione qui ora per me? -

Bones –  Ma sicuro, con molto piacere.-

 La conversazione di Shylock Bones e Ms Lardy

Ms. Lardy – Come potete vedere ho avuto qualche difficoltà a stringervi la mano. Il tremito è dovuto non tanto all’emozione di incontrare un uomo della vostra fama, quanto a una qualche misteriosa malattia che ha preso a tormentarmi da alcuni mesi. I medici non riescono a venirne a capo. Temo mio marito mi stia avvelenando lentamente. =

Tones – Suppongo abbiate qualche indizio in proposito, Ms Lardy. =

Ms Lardy – Temo di no, Mr Tones, non c’è traccia di veleno nel mio corpo. Faccio sempre assaggiare ogni cibo al mio gatto, il quale sembra per altro trarne qualche giovamento. Ho ispezionato più volte con grande accuratezza la nostra casa e ho sempre avuto l’abitudine di frugare nelle tasche di Mr Lardy, anzitutto per controllare se egli non avesse sottratto qualcosa. Nulla di nulla. Più volte ho fatto seguire la nostra cuoca, Elisabeth, inoltre faccio sempre assaggiare il cibo a lei oltre che al gatto. Il risultato è stato zero. Eppure sono certa che Mr Hardy mi stia propinando qualche lento veleno.-

Tones – Forse i rapporti con Mr Lardy non sono attualmente i migliori possibili? Perché mai lo giudicate colpevole di avvelenarvi deliberatamente? -

Ms Lardy – Quell’uomo è un fannullone, un buono a nulla capace di sperperare solo il mio denaro. Inoltre si è messo a fare gli occhi dolci alla cuoca, lo fa perfino alla mia tavola apertamente, capite? Ho minacciato di lasciare ogni cosa al nostro vicario della chiesa metodista, ma non è servito a nulla. -

Tones – Forse dovreste licenziare la vostra cuoca Ms Hardy. La vostra salute potrebbe trarne qualche giovamento. =

Ms Lardy – Non credo che seguirò il vostro suggerimento, Elisabeth è l’unica donna della contea in grado di cucinare decentemente le polpette col rosmarino. Il padre di Elisabeth era sergente a Calcutta sapete, ha servito nella compagnia al comando di un mio zio. Ma tornando al mio caso, dimenticavo di dirvi che due mesi fa ho mandato mio marito, Mr Lardy, in Scozia col pretesto di certi affari di famiglia da sistemare. Nella sua assenza ho fatto interrogare Elisabeth dal vicario e dal sovrintendente. Tutto quello che si è ottenuto è un fiume di lacrime e una confessione dei suoi peccatucci con Mr Lardy, consistenti in una cera condiscendenza nel lasciarsi pizzicottare sui fianchi, soprattutto al momento di tirare fuori gli arrosti dal forno. Elisabeth non ha colpe riguardo al mio stato,  ne sono più che certa. Non mi resta che aggiungere che durante l’assenza di Mr Lardy, In Scozia, il mio stato di salute si è ulteriormente aggravato, eppure sono certa che mi stia avvelenando, deve aver trovato qualche sistema sconosciuto, un tempo studiava medicina, sapete.=

 Il Club di Mr Lardy

Il Club degli ex-allievi del Bacon College è un luogo orribilmente arredato e del tutto noioso. Il nostro Lardy lo ha sempre aborrito, ma da qualche tempo ha preso a frequentarne la biblioteca, forse il luogo migliore del Club. Egli vi si reca ogni mercoledì pomeriggio e sembra interessato esclusivamente ai volumi più recenti di tossicologia. Peraltro la lettura di questi volumi pare non offrirgli alcuna soddisfazione e avrebbe sospeso le visite non fosse stato per l’eccellente porto del Club. Ma un giorno arriva la coincidenza che gli cambiò la vita. Una esclamazione proveniente da un tavolo vicino lo riscuote, sente due voci che si eccitano l’un l’altra. ..Finalmente qualcosa di nuovo sul Lancet, il giornale della Medicina. Sembra che il morbo che colpisce le nostre mucche sia contagioso per l’uomo. Una persona che mangiasse carne infetta sarebbe colpita da tremito progressivo, ma solo a distanza di anni. L’articolo è firmato da sir Archibald Moore. Sir Archibald sta esaminando campioni di carne infetta nel suo istituto.

Lardy strappa di mano ai colleghi il Lancet, si scusa, legge con grande attenzione l’articolo di Sir Archibald, esce di corsa dal Club, chiama una carrozza. La carrozza lo porta lungo viali alberati, si ferma davanti a un palazzo di architettura neoclassica. Lardy scende dalla carrozza, bussa al portone, chiede di parlare a sir Archibald, fornisce il proprio biglietto da visita. Poco dopo una voce alta lo chiama dall’alto dello scalone di marmo bianco.

Sir Archibald – Lardy, perdio sei proprio tu.-

Lardy – In persona Crookie, dopo dieci anni.-

Sir Archibald scende i gradini di corsa, abbraccia il suo amico.

Sir Archibald - Non puoi chiamarmi Cookie, non qui almeno, sono il direttore scientifico sai.=

La voce che un tempo sir Archibald era Crookie si diffonde rapidamente in ogni angolo.

I due amiconi di un tempo al Bacon College sono adesso seduti nello studio del direttore.

Sir Archibald  – E come sta la piccola Mary, tua moglie? Se non ricordo male il la sua famiglia era piuttosto contrario al vostro matrimonio.-

Il padre di Mary aveva fatto il diavolo a quattro. Il suo futuro genero Hardy non portava al matrimonio altro che debiti di gioco, mentre sua figlia Mary era erede della più grande tenuta dello Shropshire. Ma Mary era tanto sgradevole quanto testarda, l’aveva spuntata e aveva inoltre preteso che il suo futuro marito lasciasse gli studi promettenti di medicina. Non voleva che il marito la lasciasse sola per andarsene in giro a prendere infezioni, così diceva Mary. Da quel momento la vita di Mr Hardy era stata in discesa, ma si potrebbe anche dire che aveva cominciato a scendere.

Mr Hardy – Crookie ti ricordi di quella volta che feci l’esame di tossicologia al tuo posto? -

Sir Archibald – Scherzi? Cosa ti viene in mente, non ricordo assolutamente niente del genere. Sei rimasto sempre lo stesso burlone. -

Mr Hardy – Gli studi di medicina non erano il tuo forte Crookie, ma la tua ricca famiglia ci teneva moltissimo. A ogni esame borse piene di ghinee d’oro passavano dalle tue mani alle mie, dalle mie mani a quelle degli  assistenti emeriti, e infine…Tutto scorreva liscio, ma quando dovevi sostenere l’esame di Tossicologia il titolare della cattedra si ammalò all’improvviso gravemente e venne sostituito all’ultimo momento da quel tipo di Dublino, un’anima inflessibile e incorruttibile. Pareva che un macigno si fosse messo di traverso sulla strada del tuo successo.-

Sir Archibald – Ma tu mi sussurrasti come spostare il macigno: avresti fatto l’esame al mio posto. Il dannato irlandese non ci conosceva e gli assistenti avrebbero taciuto. Bene, fosti ben pagato allora, cosa sei venuto a cercare qui? - 

Mr Lardy – Oh via Crookie, sono venuto a congratularmi per il tuo articolo sul Lancet (a proposito chi te lo ha scritto?). Sono venuto a visitare il tuo laboratorio, dover tieni i campioni di carne da esaminare, si dice che il sistema di refrigerazione sia unico in Europa. -

Sir Archibald – E’ fuori questione e non comprendo la ragione di questa insolita richiesta. Ma se ti serve un prestito ne possiamo parlare. -

Mr Lardy – Crookie, su un certo registro dell’Istituto di Tossicologia al Bacon College c’è una firma che non assomiglia affatto alla tua mentre dovrebbe. La redazione del Times sarebbe desolata nel ricevere una lettera in tal senso. Vogliamo andare a visitare i locali refrigerati, Crookie? E’ vero che sono stati progettati da uno scienziato tedesco? -

Mr Hardy non torna a casa a mani vuote dalla visita a Crookie, ora girella per la cucina e pizzicotta distrattamente i fianchi della cuoca.

 - Che ne diresti, piccolina, di sposarmi se alla signora capitasse, diciamo, un incidente?-

- Siete pazzo signore, volete farmi licenziare, dove andrei? Lasciatemi andare, in giardino a prendere qualche rametto di rosmarino da aggiungere alla carne sul fuoco per stasera.-

- Lo sai che detesto il rosmarino nella carne. –

- Ma la signora ne va pazza, guai se me ne dimentico.-

Ora la cuoca è fuori in giardino. La cucina è sola col suo destino. Una mano guardinga estrae un sacchetto da una tasca, è un piccolo involucro impermeabile con dentro ghiaccio secco e un secondo sacchetto più piccolo, un sacchettino con dentro un pezzetto di carne. Il pezzetto di carne scivola nel tegame sul fuoco, si confonde tra le polpette nel sugo.

La discussione tra i due amiconi, allegri studenti di un tempo, e il ritorno a casa di Mr Hardy col misterioso sacchettino, avvenivano qualche anno prima della visita di Ms Hardy al famoso investigatore Tones.

Polpette avvelenate

Tornata dalla visita nello studio di Tones, Ms Lardy si agita presa da dubbi e forse rimorsi. In un momento del genere non resta che chiamare la cuoca e ordinare polpette al rosmarino.

 Le ore passano, le polpette al rosmarino sono pronte per essere servite. E’ arrivato il momento del pranzo. La copia Lardy siede a tavola, uno di fronte all’altra.  

- Caro, dimmi una cosa con tutta sincerità.-

- Si, cara.-

- Se dovessi ammalarmi, resteresti al mio fianco? Voglio dire ti prenderesti cura di me?=

- Come puoi dubitarne. Sono sempre rimasto accanto a te in ogni circostanza.-

- Temo di non essermi sempre comportata bene nei tuoi confronti, a volta sono stata ingiustamente aspra e offensiva. Non vorresti perdonarmi? =

- Negli ultimi tempi ti sei troppo preoccupata per il tuo stato di salute. Avrai semplicemente mangiato qualcosa di sbagliato, devi solo ricordarti dove e quando.-

- Non mangiamo mai fuori casa e abbiamo una splendida cuoca, Non credo proprio nella tua toria.Ma tu non vuoi assaggiare le polpette al rosmarino per una volta? la nostra Elisabeth è sempre una cuoca insuperabile riguardo a questa ricetta.-

- Sai che le detesto Mary, è sempre stato così. Ma stavolta ne prendo un paio.-

 La cuoca continua a servire a tavola in silenzio. George osserva distrattamente i fianchi della cuoca. Una giornata davvero splendida, i raggi del sole si riflettevano sui bicchieri, sugli occhiali di Ms Hardy, innfine sul candido grembiule di Eliabeth, per questo i fianchi della cuoca scintillavano per così dire oltre a essere ben tondi.

Matrimonio

Cowson – E come è finita Tones? -

Tones – Non avevo alcuna intenzione di andare a indagare in campagna nella casa di Ms Lardy, era inverno e inoltre detesto le polpette al rosmarino. Mandai alcune lettere, al sovrintendente, al medico di Ms Lardy, a vicario. Il medico mi confermò onestamente che la sua scienza si era arresa di fronte al caso. Il sovrintendente mi descrisse minuziosamente i pedinamenti a cui aveva sottoposto per mesi e mesi Hardy, senza ottenere il minimo risultato o indizio, e di come lo avesse più volte inutilmente interrogato coi pretesti più vari, nulla di nulla. Da ultimo mi scrisse la chiesa anglicana, il vicario mi faceva sapere che la domenica precedente aveva celebrato il matrimonio tra il vedovo Lardy e la cuoca Elisabeth, la coppia ora si trovava in India. Mi accennò poi di sfuggita al fatto che i novelli sposi si erano mostrati assai generosa con la Chiesa e questo aveva rappresentato per lui una gradevole sorpresa.-

Fine

 



 

                                                     FUOCO ALL’ERBA

- Mi permetto di far osservare a vostra grazia che vostra grazia sta infilando tutte e due le gambe in una sola parte dei pantaloni, quella di sinistra precisamente. -

In effetti, Archibald Oliver Everybottom, signore di Tripplewood, era seduto sulla sponda del letto, con un sorriso sperduto sull’universo, mentre in tutta evidenza la sua testa sembrava non contenere altro che un paio di uova fritte al bacon.E in questo stato d’animo sua grazia si prodigava per infilare entrambe le gambe nella sola parte di sinistra dei suoi pantaloni.

-Vostra grazia ha letto i giornali suppongo. Una infelice notizia davvero. Vostra grazia non si lascerà abbattere, ne sono certo. -

-Tempi oscuri ci attendono, Pimps. L’infamia ha coperto con il suo viscido manto le terre di Tripplewood. Un corrotto conestabile rifiuta gli ordini di un Everybottom. =

- Un uomo scivoloso sicuramente vostra grazia. Circolano voci strane sul passato della famiglia del conestabile. -

- Statemi bene a sentire Pimps, Elisabeth deve essere riportata entro i nostri recinti. Non lasceremo certo che infamie e manovre nell’ombra abbattano lo scudo degli Everybottom.- 

- Posso chiedere a vostra grazia quali progetti abbiamo per la mattinata? Suggerisco a vostra grazia di non mettere un calzino rosso e uno blu.-

- Il terzo duca di Everybottom soleva sconcertare le fanterie scozzesi con calzini spaiati, Pimps.=

- Non ho ragione di dubitarne, signore.=

-Prendiamo il treno prima di mezzogiorno, Pimps. Dobbiamo essere a Tripplewood nel primo pomeriggio.=

-Peccato signore, non era male qui al club di Londra, alquanto gradevoli sia la cucina che la cuoca. Ma vostra grazia ha perfettamente ragione, il nemico va affrontato nei suoi accampamenti. Posso suggerire a vostra grazia di non mettere il cappello di paglia col nastrino giallo? Non si addice a un guerriero, temo.-

La notizia che aveva scosso la dura tempra di un Archibald Oliver si trovava nelle pagine interne di cronaca locale del Times,  Echi da Tripplewood. Per lasciare la parola al cronista: “Il conestabile della polizia locale si rifiuta di recuperare Elisa, la scrofa rivendicata da Sir Archibald Everybottom, nonostante quest’ultimo avesse emesso un ordine secondo i suoi diritti ereditari di giudice dello Shire. Il conestabile afferma che Elisabeth si rifiuta decisamente di lasciare le terre di Sir Everhard, vicino di Sir Archibald, e che la polizia non ritiene di trarla a forza in mancanza di prove certe sulla sua identità. Sir Everhard, da parte sua, ha rivendicato decisamente i diritti della presunta Elisa a non lasciare le sue terre, ove ben si trova, le terre dove sarebbe nata e cresciuta, sempre a detta di Sir Everhard, e che ella non vuole lasciare per le fantasie del pazzo Everybottom, il quale se ne vuole impadronire illegalmente, dopo aver perso chissà dove un’altra sua scrofa che le somigliava. Quanto al fatto che la scrofa contestata, o supposta rapita, risponda con una sorta di sorriso a chi la chiama Elisa, Sir Everhard assicura che anche la sua si chiama Elisa,  un nome assai diffuso tra le scrofe a Tripplewood. Sir Everhard ha poi assicurato che la sua Elisa verrà presentata al Gran Premio dei Porci di Tripplewood sotto le sue insegne, niente potrà distoglierlo dai suoi propositi. Il popolo di Tripplewood è assai sconcertato e diviso. Metà difende il diritto di Elisabeth a scegliersi  campo e ghiande, mentre l’altra metà afferma di aver riconosciuto in Elisa la scrofa di Sir Archibald e che ella porta i tratti delle sue antenate, sempre vincitrici del nastro d’oro al Gran Premio.”

Questo riporta il Times.

Fuoco

 Era una notte d'inverno molto fredda e tempestosa, con il vento che urlava nei camini e faceva tremare vetri di finestra. Uno spruzzo sottile di pioggia tintinnava sui vetri delle finestre, si distingueva il gorgoglio ed il gocciolamento dalle gronde. Oliver Archibald, signore di Tripplewood, aveva finito la sua cena e si era seduto al suo fuoco nello studio.

 Nel caminetto ardeva senza allegria la risposta che sua grazia aveva atteso dai suoi legali di Londra.

 Lo studio legale Greasy e Easingoil faceva cordialmente sapere a sua grazia che il ricorso presentato da sua grazia alla Corte di Appello era stato respinto. La corte non aveva giudicato sufficienti le prove fornite per procedere a una accusa di rapimento di porcella campagnola. Greasy accennava a un possibile ricorso ai Lords e chiedeva 15 sterline o una mazza da golf  per le spese.

Pimps entra nella stanza del caminetto senza arrecare sollievo.

 -Cosa succede, Pimps?-

 -Un uomo chiede di voi, signore. Dice di chiamarsi Cricks, ma non ha un biglietto da visita. Il suo aspetto è ben poco rassicurante, dice di essere atteso da vostra grazia, ma naturalmente non gli ho creduto. Devo dirgli che vostra grazia sta per uscire?-

-Fatelo passare, Pimps.- 

Sua grazia Oliver Archibald sembra prestare più attenzione al livello della sua bottiglia di Porto che all’ingresso in scena di Cricks, in realtà nasconde la sua ansia.

-Ebbene, Cricks?-

Cricks osserva con particolare affetto la punta delle sue scarpe.

-La porcella di vostra grazia viene drogata per così dire. Essa è stata posta al centro di un campo con particolari piante in uso in India. La porcella ne mangia di continuo, ne è come estasiata. Ho provato ad attirarla con certi cibi di solito assai graditi alla sua razza, ma è stato inutile. La porcella di vostra grazia si trova in uno stato di beatitudine completa nei recinti di Sir Everhard, temo che la guerra di vostra grazia sia persa.=

 All’udire le parole di Cricks, Archibald Oliver era diventato un uomo diverso dal simpatico buontempone disposto sempre a scambiare quattro parole al Club o nelle sue campagne. Egli era ora un uomo cupo e avido di vendetta,  nulla muta l’animo di un uomo quanto il sopruso accompagnato dall’ingiustizia.

- Cricks, il vostro nome è Cricks non è vero?-

- Cricks di Cricklewood, per servire vostra grazia.-

 - Voi mi riporterete Elisa, Cricks.-

- Molto obbligato vostra grazia, vorrei guadagnarmi questa fiducia. Ma come ho detto a vostra grazia la dannata porcella è drogata, la sua volontà è nelle mani di Sir Everhard, la porcella mangia nelle mani del rivale di vostra grazia, piena di riconoscenza a quanto pare. -

-Ebbene Cricks si tratta di eliminare la causa per far cessare l’effetto. Sapete come vanno queste cose, se gira la prima ruota girano tutte le altre ruote.-

-Faccio rispettosamente osservare a vostra grazia che si tratta di alcuni ettari di erba indiana.=

- Siamo in piena estate, Cricks.-

- Come vostra signoria decide.-

-In estate i campi prendono fuoco Cricks, non lo sapevate?  Suppongo sappiate accendere un fuoco quando l’erba è secca, voialtri di Cricklewood.-

 - Fuoco vostra grazia? Si tratterebbe di qualcosa di illegale suppongo. -

La risposta di Sir Archibald è piuttosto singolare. Sua grazia mette la mano in una tasca della giacchetta a quadratini rossi e blu, la sua preferita, ne prende un sacchetto, scioglie  il laccio che lo chiudeva e versa sul tavolino da the una cascata scintillante di ghinee d’oro.

 -Qui ci sono cento ghinee, Cricks. Prendetele e tornate con Elisabeth.

-Vostra grazia comprende che l’impresa è rischiosa, inoltre ci vorrebbe almeno un aiutante.-

 Oliver Archibald vaga col pensiero lontano, nell’interno delle foreste più buie ove sboccia il dolce e selvaggio fiore della vendetta, dal sapore di vaniglia e miele. Con gesto assente Sua Grazia ripete il gesto di prima.

 - Ci sono duecento ghinee sul tavolino, Cricks, prendete tutti i fiammiferi che vi servono nelle cucine, attendo buone notizie. -

Il vento ha girato

-Un uomo chiede di voi, vostra grazia, si tratta di quel Cricks, ha l’aria come dire arrostita.=

-Arrostita, Pimps? Fatelo passare. =

Entra un Cricks con l’aria più afflitta di un barcaiolo cui sia sfuggito un remo in mezzo alla corrente del Tamigi.

-Che notizie di Elisa, Cricks? L’avete con voi?=

- Il vento ha girato, signore, e la porcella si trova sempre nei campi di Sir Everhard.-

- Il vento ha girato, Cricks? Temo voi siate affidabile quanto una noce di cocco che pretende di essere una palla da golf.-

- Signore, noi avevamo dato fuoco ben bene all’erba indiana tutto da un lato, io e il mio aiutante voglio dire, ma quando il vento ha girato e il maledetto fuoco ha girato, non siamo finiti arrosto solo a forza di correre. Quella dannata porcella sembrava saltare di contentezza e aveva come uno strano ghigno sul muso. Suppongo sia per effetto di tutta quell’erba drogata che mangia di continuo. Quella porcella ha l’aria di una strega. Non ci sarà verso di riprenderla. Inoltre, Sir Everhard deve avere trovato le nostre tracce, è diventato sospettoso ha messo uomini di guardia al campo giorno e notte.-

- Contenetevi quando parlate di Elisa, Cricks. Siate più rispettoso. La sua famiglia e assai più antica della vostra sapete. Ora statemi bene a sentire, Cricks, noi rivogliamo Elisabeth viva o morta, mi intendete Cricks? -

-Viva o morta, signore.-

-Sapete maneggiare un buon coltello da cucina, Cricks? Suppongo di si. -

- Un coltellaccio, signore?-

- Le taglierete la gola Cricks. Striscerete come un serpente nella maledetta erba indiana, in modo che nessuno possa vedervi. La prossima notte si annuncia piena di nuvole e forse anche tempestosa. Troverete sicuramente Elisa al riparo sotto qualche cespuglio della sua dannata erba. Elisa vi conosce e si farà avvicinare, una volta a tiro le taglierete la gola. State attento a non farla soffrire. Poi la trascinerete fino alle mie cucine. -

- Con permesso di vostra grazia, Sir Everhard chiederà l’intervento del conestabile, Vostra grazia avrà molte noie. Vostra grazia sarà il primo indiziato, come si dice. -

- Nessuna noia Cricks, la faremo fare subito a pezzi, un delitto perfetto. Non penserete che il conestabile sappia distinguere la coscia di una porcella da un’altra. -

- Certamente no, signore. Nessuno si aspetterebbe una cosa del genere.-

- Ebbene Cricks è tempo di agire. Preparate i vostri piani, muovete le vostre pedine. -

- Ehm, vostra grazia, non posso accettare l’incarico, si tratta di un assassinio, noi Cricks siamo stati sempre gente onesta.-

Archibald Oliver si mette una mano nella tasca interna della giacca e cinquanta ghinee d’oro vengono gettate sul tavolino da thè.

- Questo vi lascerà dormire la notte tutti voialtri onesti Cricks. Oppure preferite restituire quello che vi dato l’altra volta? -

Cricks afferra le monete e le mette al sicuro in una sua tasca bruciacchiata.

-Avete ragione, signore, le ghinee sono un eccellente rimedio contro i brutti sogni. Ma mi serviranno due aiutanti, la porcella pesa. -

- Eccovi altre dieci ghinee, Cricks. -

- Servirà una carriola, vostra grazia. -

- Solo una ghinea per la carriola, prendete e andate. -

Cena di addio a Tripplewood    

Elisa è svanita. Come portata tra le nuvole da un pallone aerostatico.

Non esiste covone di paglia a Tripplewood che non sia stato smosso. Non angolo di stalla che non sia stato frugato dalle lanterne degli Everhard e degli Everybottom. I cani più astuti, avvezzi a ogni trucco furfante, sono stati lanciati sulle tracce della vaga porcella. Il conestabile ha guardato fisso gli abitanti di Tripplewood, puntando la pipa accusatrice, la pipa che ha fatto tremare i più incalliti ladri di galline. Nulla, Elisabeth è svanita. E’ stata rapita e portata in Scozia, sussurrano nei pubs di Tripplewood, si sono viste strane facce in giro. E così le ricerche rallentano, facce scettiche esprimono dubbi. Giunge infine l’alba della rassegnazione non senza sollievo. Non più divisi dall’ansia della competizione, ai due gentlemen non resta che dividere l’angoscia delle cose che potevano essere e non sono state. L’incontro non può che avvenire che al confine tra i loro due possedimenti.

- Everybottom, solo la mia ambizione è stata causa di tanta sventura.-

- Everhard, lieve ti sia l’erba dei campi di cricket, domani daremo una cena di addio in onore di Elisa voi sarete al posto d’onore a capo della tavola, amico mio.-

- Everybottom, il vostro cuore generoso aggiunge rimorso al mio disonore.  Datemi il posto dell’ospite sgradito, ve ne prego.-

- Suvvia Everhard, tutto è dimenticato.Vi attendo.-

 La sera del giorno seguente.

 Il salone degli Everybottom è insolitamente cupo. Non sono state accese le luci, solo qualche rara candela illumina il lungo tavolo di noce normanna che ebbe l’onore di re e vescovi, ed ora è la prima volta di un Everhard.

 -Everybottom, noi porteremo sempre dentro di noi Elisa.-

-Davvero, Everhard, non potreste dire di meglio.-

-Eccellente, gasso e succulento, questo vostro cinghiale, Everybottom.-

A un cenno di Archibald Oliver Everybottom, un coppiere avvicina una candela accesa al collo di bottiglia di vino rosso e lo versa nella caraffa vuota di Sir Everhard.-

-Siete un intenditore davvero raffinato, Everybottom.-

- Il calore della candela toglierà ogni umore acido e sapore di tappo al vino, Everhard.-

La mano del coppiere sembra tremare, la candela si sposta e illumina un pezzo di cosciotto nel piatto del rapitore di porcelle Everhard, ma i suoi occhi si rifiutano di vedere: una E sormontata dalle spade incrociate degli Everybottom è marchiata sul cosciotto, egli sta mangiando Elisa. L’ultimo degli Everhard si alza barcollando dalla sedia, non sarà mai più lo stesso uomo.

-Siate maledetto, Everybottom, la vostra casa è coperta dall’infamia.-

Ora c’è un posto vuoto alla lunga tavola su cui si poggiarono nobili gomiti normanni. Ma un posto vuoto è un evento che non può essere ammesso  da un Everybottom. La voce dell’ultimo signore di Tripplewood si volge pacata a un ospite in fondo alla tavola.

- Cricks, mio buon Cricks.-

- Vostra grazia? -

- Andate, abbattete la falsa parete nelle mie stalle e prelevate Elisa. Tutta quell’erba indiana che le abbiamo messo intorno deve averle rovinato lo stomaco. Conducila qui, che si metta al posto di Sir Everhard e si rifaccia con buon cibo.-

- Come ordina vostra grazia.-

- Ancora un momento Cricks, raccontate ancora una volta come avete fatto a prenderla, la mia piccola.-

- Sissignore. Ha fatto tutto da sola la porcella, ci ha pensato lei stessa. Non appena ha visto che Cutreep, l’ aiutante che mi ero portato dietro, aveva un coltellaccio in mano, è rimasta come interdetta, come se si fosse all’improvviso ricordata di qualcosa, poi ha fatto uno scarto ed è venuta dalla mia parte, balzando sulla carriola che tenevo ferma. Se posso aggiungere, mi è sembrata piuttosto sollevata quando mi sono avviato. La fortuna e l’imprevisto aiutano i piani audaci -

- Siamo soddisfatti di voi, Cricks. Gli Everybottom si ricorderanno di voi nel momento del bisogno.-

- Non abbiamo fatto che seguire il piano astuto di vostra grazia. Abbiamo arrostito un’altra porcella marchiata con la E sormontata dallw spade incrociate.-

- Un’ultima cosa, Cricks.-

- Vostra grazia?-

- Domattina riportatemi la carriola, non ne avete comprata una nuova, come diceste.-

Fine

 

 

                                                         Sigaro avana 

Mi ero fermato solo per accendere il sigaro nel modo giusto. Ma la ragazza non lo aveva capito.

- Portami dove ti pare aveva detto. - La sua valigia nera sfondata aveva trascinato la ragazza e il suo vestitino corto color giallo canarino fino allo sportello della mia limousine scoperta.

Mentre saliva le avevo guardato il sedere. Lei aveva sorriso contenta.

- Mi chiamo Maria.-

Una pioggia improvvisa mi aveva trasformato in un pesce bollito. Il caldo faceva evaporare le gocce che rimbalzavano sulla strada. Le moto della polizia si erano fermati sotto i ponti. I poliziotti a terra senza casco erano di nuovo disgraziati da due soldi.

La ragazza aveva cominciato a cantare una storia di banane fritte nello sciroppo di zucchero.

- Siamo arrivati al distributore di benzina. Puoi fare quello che ti pare per dieci minuti.- Le avevo aperto lo sportello senza scendere.

- Devi spegnere il sigaro.- Mi rispose. E prese con se la valigia, perché voleva cambiarsi.

Mi ero messo il sigaro spento nel taschino della camicia, con cura, prima di scendere davanti alla pompa.

 Dopo il pieno di benzina, avevo riacceso il sigaro e mi avviavo verso il bar in cerca della ragazza, quando la vidi uscire. Ma non era sola, due tipi uscivano con lei, il primo le teneva un braccio, l’altro portava la valigia. Entrai nel bar per bere qualcosa col ghiaccio.

Il barista raccontava a tutti di nuovo la storia: i due tipi della centrale di polizia si fermavano sempre a mangiare qualcosa a quest’ora, il loro piatto preferito erano le salsicce arrosto con patate e birra fredda.  Uno dei due aveva visto il rigagnolo denso  rosso scuro che usciva dalla valigia. Lei molto gentile aveva spiegato che era suo marito fatto a pezzi. Aveva detto che era scesa alla fermata dell’autobus nella strada per seppellire la valigia nei campi, ma faceva caldo e prima voleva rinfrescarsi.

 - Ehi, signore, dovete spegnere il sigaro, qui dentro non si può fumare.-

Fine



 

                                                 IL RAPIMENTO DI MUSTAFA'

Il rapimento a fine di riscatto è probabilmente la professione più antica del mondo, almeno per quanto riguarda gli uomini. Tutti sappiamo come si sviluppano gli eventi. Lo sposo rapito alla sposa, ella presto riceve un messaggio 'Vogliamo dieci delle tue pecore migliori per il tuo uomo´. La sposa piange, si dispera, giura che ha dovuto cedere le pecore agli usurai  l'anno scorso e dunque le ha soltanto in gestione, disperata fa la controfferta di una capra. Dopo qualche settimana di trattative lo sposo viene reso per cinque pecore.

Un caso insolito si ebbe anni orsono a Baghdad. Mustafà Eyhan fu rapito alla amata sposa Goka, che ricevette presto una richiesta di riscatto per cento monete d'oro.

- Dove volete che trovi questo denaro?- ella rispose. -Dovrei vendere cento volte il mio corpo. Il Profeta vi entri nel cuore, ridatemi il mio Mustafà. -

Il giorno dopo Goka riceve un secondo messaggio. -Cerca le monete d'oro che ti ha dato il tuo vicino, il ricco Zeki, ogni volta che andavi a fargli visita.-

La furia e il terrore entrano nell'animo di Goka. Infine la paura di essere lapidata come adultera è più forte della sua avidità, il giorno dopo cento monete d'oro escono dalla sua casa e Mustafà ritorna.

Il sole di Baghdad tramonta su una sposa, che finge di essere felice tra le braccia dello sposo ritrovato, e su due uomini davvero felici. Mustafà accarezza la sposa adorata, mentre orgoglioso racconta di come sia riuscito a evadere. Zeki il ricco vicino conta e lucida ridendo le cento monete d'oro del riscatto, per il rapimento che lui stesso ha preparato. 

Fine



 

                                                IL PRIORE E I SARACENI

Tra poco spunta l’alba sulla costa. I Saraceni sono sbarcati senza luna. Silenziose formichine more si arrampicano pazienti fino al picco del monastero, ne scavalcano la cinta. La lunga nave li ha portati di notte sulla stretta lingua di spiaggia. Le formichine sono guerrieri in una fila che si cala dalle mura e sta per attraversare il cortile del monastero, quando una dolce armonia di voci penetra sotto gli elmi a punta: è il coro mattutino dei monaci. Sirkhan, il loro capo, ne è estasiato e ordina ai suoi di procedere in silenzio, non vuole che i monaci si spaventino e smettano di cantare. Ma tutto finisce prima o poi. Ora il coro si tace, il portone della chiesa si apre, appare il padre priore. Non sono tempi in cui un padre priore si spaventi troppo, alla vista di Mori intorno al pozzo che gli riempiono il cortile, ma dire che la cosa gli faccia piacere sarebbe troppo pretendere. Da parte loro gli invasori sono distesi e rilassati, sanno che è l’ora della prima colazione e si attendono un invito. Ma i monaci sono muti, forse è la regola. Tocca a Sirkhan riempire il silenzio e rivolto al priore dice – Non vogliamo mangiare un boccone, prima di parlare di affari?- E via tutti in refettorio sulle panche.

Perché mai un giorno qualcuno scrisse che il pane altrui sa di sale? I Saraceni sono del tutto a loro agio, ridono scherzano, rilassati danno gran manate sulle spalle del monaco che siede accanto, gli rubano il cibo frugale dal piatto di legno. Ma non tutta la tavolata è in perfetta letizia. Mai latte di capra appena munto fu più amaro per un priore, pure egli ha la forza d’animo di tentare una dissimulazione con Sirkhan.

Come vedete dal nostro cibo frugale e dalla tavola tanto umilmente imbandita, noi siamo poveri. Purtuttavia ci ha recato letizia dividere ogni cosa con voi. Ristorati, potete riprendere ora il vostro viaggio, il Signore vi proteggerà dalle tempeste, vi benedico, fratelli miei. -

Anche Sirkhan pensa che sia tempo di andare, ma prima vi è da sbrigare un affaruccio. Se mai vi fu un Moro serafico, questi è Sirkhan rivolto al priore:

 – Quello grasso ha parlato. - gli dice. In effetti, profittando della confusione e del clamore della mensa, alcuni guerrieri hanno trascinato il rubicondo monaco Calimero da Paola fino all’orlo del pozzo e poi ve lo, infine allegramente hanno cominciato a buttar giù pietruzze acuminate. E così dal fondo del pozzo si è presto udita salire una vocina:

- Le monete d’oro sono in cantina, in una botte interrata, sotto tutte le altre botti di vino-. Ben sanno i Saraceni, per tramandata esperienza, che il frate grasso è sempre il tesoriere o il cantiniere.

Questa volta hanno avuto fortuna al primo colpo. E’ quasi mezzogiorno e i Saraceni ora se ne vanno davvero. Con aria educata e dispiaciuta Sirkhan dice al priore che non può portarsi via tutto il vino, la nave purtroppo non ha stiva capiente.

Poi vede che il priore ha ancora l’aria affranta e ha un pensiero delicato, si toglie l’elmo con la rossa piuma del comando e lentamente lo posa sul reverendo canuto capo. I monaci appena sorridono tra le lacrime e Sirkhan si sente in dovere di far loro una promessa, mentre la nave ormai va sulle onde, -Torneremo.

Fine


 

                                                              PISHTAKO

- Avremo bisogno di venti barili di grasso per le macchine. Attrezzi, acqua, viveri, frutta fresca, un buon cuoco e molte altre cose.-

Pedro Villa in risposta sorride con gli occhi al direttore della della Compagnia Inglese per la nuova linea del Ferrocarril, la ferrovia che deve attraversare la Sierra fino alle miniere. La pipa del direttore non si muove, tra poco è l'ora del thè, lui se ne vuole andare a casa, sentirsi in Inghilterra con la famiglia che lo aspetta, non risponde al sorriso di Pedro, che si rivolge al compare seduto alla sua sinistra e ne riceve il compiacimento. L'inglese guarda i due tipi che vogliono il contratto per l'assistenza ai lavori della ferrovia, due assassini con l'aria da pagliacci, buoni per minacciare e tenere lontani dai binari gli indios. Quando questi due si mostreranno incapaci, se ne potrà liberare: dove troveranno venti barili di grasso per lubrificare e tutto il resto? E' arrivato il momento della firma sul contratto. Strette di mano, ringraziamenti, inchini, assicurazioni. Pedro e il compare se ne vanno soddisfatti, con l'anticipo in tasca. Parla per primo il compare.

- Pedro, dovremo spendere tutto l'anticipo per procurarci il grasso, l'inglese insiste che è la prima cosa .-

Pedro si porta la mano al cuore, stringe le banconote.

- No, troveremo un altro sistema.-

Sparizioni

Quando sparisce il terzo indio, bello grasso come i primi due, le voci della paura escono dalle capanne senza vergogna. Qualcuno si stava mangiando gli indios più panciuti, si mangiava anche le scarpe e volava da un albero all'altro, perché non si era trovata traccia, come se una mano li avesse tirati su. Qualcuno parla di una belva sconosciuta nella Sierra, ma c'è il problema della scelta, una belva che ha fame non rifiuta un tipo magro per aspettare un tipo grasso.

Gli indios grassi lasciano da parte ogni antipatia e si muovono in gruppo.

I bambini magri terrorizzano quelli grassi 'L'uomo gatto ti mangia stanotte'.

Sparisce il quarto indio, sempre bello grasso.

Il diavolo bianco

Il sacco di farina si apre inatteso sulla testa di Pedro Villa intento a prelevare viveri, giusto pochi istanti prima che l'indio ladruncolo si infili nella porta del magazzino. E' un indio grasso che ha sempre fame. Una fame più forte della paura lo ha spinto veloce e silenzioso fuori dal branco verso il magazzino. Pedro è un fantasma che si agita e bestemmia con la bocca piena di farina. L'indio grasso balza fuori e corre come il gallina che ha visto il lupo.

- Pishtako, il diavolo bianco.-

Conclusione

E fu così che gli indios si tennero lontano dai binari della Compagnia Inglese del Ferrocarril e Pedro Villa andò al porto di Lima per procurarsi il grasso lubrificante che mancava a fare venti barili.

Fine

                                                                      

                                                                     IL CINGHIALE BIANCO

. Antonio Di Meo aveva quaranta anni, una mandria di mucche al Dragone

sotto il controllo dei suoi garzoni e una giumenta dal pelo nero lucente, che era la sua compagna inseparabile.

Quella mattina di ottobre si era alzato prima del far del giorno per recarsi alla selva su al Ceraso a raccogliere castagne come tanti altri abitanti di Volturara Irpina..

La rabbia nel vedere la selva piena di buche, e per terra una distesa di castagne rosicchiate sparse dappertutto, gli fece maledire tutti i cinghiali del mondo. Ormai era una peste che aveva raggiunto il culmine. Vedere il frutto di sacrifici di anni distrutto in una nottata, lo faceva imbestialire. Tornò a casa, prese il fucile e disse alla moglie che sarebbe rimasto in montagna per un paio di giorni, giusto il tempo di uccidere quelle

bestiacce, che gli stavano procurando un danno incalcolabile. Tornato in montagna, lega la giumenta a un albero e si sistema nel pagliaio, accendendo il fuoco per il troppo freddo. La sera cala tra gli alberi portando una nuvola densa di nebbia, che impedisce

la visuale oltre due o tre metri. Seduto su un tronco d’albero, il fucile appoggiato con il calcio per terra e la canna sul petto, tende le mani al fuoco, stringendo i denti a bocca aperta e chiudendo gli occhi di tanto in tanto, come a scacciare il freddo in attesa dei suoi nemici. La giumenta a pochi metri di distanza sembra dormire all’impiedi. Le ore passano lentamente e Antonio inseguendo i pensieri si assopisce a occhi aperti. Il fruscio delle foglie e un rumore strano, che sembra lo sbuffo di un orso, lo riporta alla realtà e gli fa imbracciare il fucile automaticamente. Un bestione che sembra una mucca avanza muso a terra sbuffando a tracciare un solco, mentre tutto intorno si alza una nuvola di terra e foglie che assumono mille riflessi come minuscole stelle nell’umido della nebbia. Antonio ha come un attimo di smarrimento e di paura di fronte a quel gigante che sembra uscire dalle tenebre dell’inferno. La bestiaccia ha il pelo quasi tutto bianco e sembra confondersi con la nebbia. Antonio lo segue con la canna del fucile e chiude gli occhi mentre spara. L’animale per un attimo sembra cadere come svuotato di energie, ma si riprende subito e si dilegua nell’oscurità in un baleno. L’uomo, come uscito da un incubo, si muove dal pagliaio per seguire con lo sguardo quell’ombra che scappa, a sincerarsi se la scena vista sia stata vera o frutto di un

sogno. Fa alcuni passi in avanti fuori dal pagliaio e solo allora si accorge che la cavalla è stesa per terra coricata su un lato. Corre, preso da un oscuro presentimento, si rende conto subito che è morta. Un rivolo di sangue sotto l’orecchio sinistro gli fa capire che uno dei pallettoni sparati contro il cinghiale l’ha colpita al cervello, uccidendola sul colpo. Con le braccia stese sulla pancia della cavalla, passa tutta la notte a piangere e a imprecare contro la malasorte che gli ha tolto l’unica amica e compagna che aveva.

Solo alle prime luci dell’alba infreddolito prende la zappa nel pagliaio, scava una buca profonda sette palmi, come d’uso in segno di rispetto per l’animale, e la sotterra, mettendo alla fine una croce di legno a ricordo della sua amica.

La moglie lo vede arrivare stralunato e con uno sguardo cattivo come non lo ha mai visto. Le racconta l’accaduto e senza aspettare risposta va a prendere tutte le cartucce che aveva conservato nella cassapanca, poi la bacia sulla guancia e ritorna in montagna a piedi.

Cala di nuovo la sera e nel buio più assoluto, senza accendere il fuoco, aspetta che il suo nemico ritorni. Sa che i cinghiali vedono poco, ma sentono gli odori a decine di metri, e sa anche che percorrono sempre la stessa strada sia d’entrata che di uscita dal bosco. Si apposta sul sentiero e spetta la bestia che passerà di là. Una scena già vista lo trova preparato a imbracciare il fucile e a sparare, appena il cinghialone appare nella semi oscurità. Il colpo fa fermare per un istante la bestia come folgorata, ma la sua carica improvvisa e veloce sembra il calpestio di cento cavalli che rimbomba nel silenzio della notte.

Antonio ricarica il fucile e sta per sparare di nuovo, ma la montagna di muscoli e di rabbia si abbatte su di lui, producendo un rumore secco e grave. L’uomo sembra volare per poi schiantarsi ad alcuni metri di distanza, immobile e privo di sensi.

Una nuova alba e le voci da lontano lo riportano alla realtà e solo il pianto sommesso della moglie Anna gli fa capire che è ancora vivo.

Un dolore sordo alla coscia gli impedisce di potersi alzare e accetta l’aiuto che i familiari, accorsi al richiamo di Anna che non lo aveva visto rientrare a casa. Prendono due aste di legno, vi infilano un cappotto rigirato, costruendo una rudimentale barellacon la quale lo trasportano in paese dal dottore. La situazione appare gravissima nella sua drammaticità e per evitare infezioni, Don Carmine decide di amputare l’arto. La ripresa è lenta e difficile, e solo dopo un anno Antonio riesce a guarire completamente. Gli viene applicata una protesi rigida di legno con fibbie attaccate al bacino che gli permettono di camminare con una certa facilità. Le lunghe giornate passate a letto e l’impossibilità di poter lavorare lo trasformano, rendendolo taciturno e introverso. L’unico pensiero è ammazzare quel diavolo che gli ha distrutto la vita. Appena riesce a rendersi autonomo nei movimenti, ritorna a varie riprese in montagna, per riprendere quella guerra interrotta un anno prima con due grandi sconfitte. Prepara l’ultima battaglia nei minimi particolari con trappole e percorsi obbligati, in attesa del grande momento in cui vedrà consumata la sua vendetta. Finalmente ai primi dell’inverno trova nella neve tracce fresche e profonde tipiche del suo nemico. Prepara un impasto di cibi, con granturco, castagne e altro, lo dissemina nella neve, richiamo irresistibile per la fame dell’animale. Aspetta con tre fucili caricati a palle singole e a pallettoni davanti al pagliaio. Ma invece del suo nemico arrivano silenziosi e leggeri come una folata improvvisa di nebbia e lo assaltano con un latrare che sa di fame e ferocia. I lupi! Antonio spara, spara a più non posso, ma il branco non scappa, avanza fino a raggiungerlo, a graffiarlo, a morderlo. Una furia bianca nel bianco si abbatte all’improvviso sul branco, caricandoli con il muso e sbattendoli in aria con i denti acuminati che sembrano zappe che scavano nelle membra degli animali. Antonio continua a sparare, senza mirare, e si ferma solo quando il silenzio cala nel bosco e sente le forze mancargli, per il sangue che esce dalle ferite provocategli dai lupi. Un’alba livida e fredda apre i suoi chiarori su una raduna imbiancata e solcata di strie rosse di sangue dei tanti lupi sventrati, in mezzo un cinghialone e un uomo, che distesi su un fianco sembrano guardarsi con lo sguardo perso nel vuoto e nel freddo della morte.

Fine



 

                                              ROSA E FERDINANDO

Introduzione

La spedizione trionfale di Giuseppe Garibaldi alla conquista del Regno delle Due Sicilie è l’evento che fa nascere l’Italia Unita dopo secoli di divisioni.

Nella versione ufficiale della spedizione si racconta di mille camice rosse, guidate dal condottiero sul cavallo bianco, che sconfiggono l’esercito borbonico, con folle festanti ad acclamare nelle città liberate.

In una differente versione si racconta che l’Impero Britannico, geloso della flotta marinara di Franceschiello Re di Napoli nel Mediterraneo, corrompe gli ufficiali dell’esercito borbonico e spinge il re del Piemonte a mandare Garibaldi alla conquista.

Fonti maliziose aggiungono che le reali casse piemontesi erano piene di debiti e le casse di Franceschiello erano stracolme di ducati d’oro. Pare infine che gli inglesi finanziarono la corruzione dei generali borbonici con un certo carico d’oro derubato all’Impero Ottomano.

Queste sono le versioni degli storici, che noi rispettiamo. Mentre qui vogliamo raccontare come questi grandi eventi cambiarono la vita di Rosa e Ferdinando.    




 

                                             ROSA E FERDINANDO

E chi sarà a quest’ora? Tutti a casa

- E chi sarà mai a quest’ora? È quasi notte, non aspettiamo amici e nemici.-

Una mano decisa ha battuto la maniglia di bronzo sul portone. La madre di Rosa interrompe l’impasto di farina e si fa il segno della croce. Ci sono strane voci in giro. Si affaccia ansiosa alla finestra della cucina che dà sul portone. Guarda dabbasso: ma quello è Ferdinando! Presa da stupore respira di sollievo, grida alla figlia che cuce nella sua stanza di sopra.

- Rosa, Rosina, corri ad aprire, guarda chi è venuto a trovarci.- Rumore di zoccoli, fruscio di una sottana curiosa per i gradini che scendono al portone.

- Ma insomma mamma, si può sapere chi è?-

Rosa socchiude il portone, spalanca gli occhi. È Ferdinando, il suo fidanzato soldato a Napoli. D’istinto lo tira dentro, serra il portone, lo abbraccia.

- Ma come mai? ma che bella sorpresa. Ma perché non porti quella tua bella mantella da soldato? Che ti sei messo addosso? Togliti questo mantello lungo e nero, che pari un brigante, ti voglio vedere con la divisa del re, coi bottoni che luccicano. –

La mano di Ferdinando le solleva i capelli, scoperti i grandi occhi neri le accarezza il volto.

- Rosina, il Re non c’è più. I nostri soldati si sono sbandati, Franceschiello se ne è scappato da Napoli con la regina e tutta la corte appresso. Sono venuto qua da te per prima cosa, non sono neanche stato ancora a casa mia.-

Notizie confuse erano arrivate su fino al paese, ma nessuno si aspettava questo. Rosa pensa a mille cose, ma le tiene per se.

- E che ce ne importa a noi del Re di Napoli? Franceschiello se ne scappi dove vuole. Adesso tu stai qua, al paese tuo, stiamo insieme. Vieni di sopra, tra poco è pronto da mangiare.-

La madre e tutta la famiglia di Rosa aspettano in cima alla corta rampa di gradini che porta alle stanze. Vedono il mantello nero che copre la divisa borbonica di Ferdinando, intuiscono ogni cosa. Sorridono, mentre Rosa e Ferdinando salgono, ma vedono salire con loro i tristi compagni: vendetta, persecuzione, tradimento e brigantaggio. Le mani di tutti si tendono verso Ferdinando.

- Ferdinando, ma questa bella sorpresa ci dovevi fare.-

- E non ci potevi avvisare. Adesso ti dovrai contentare di quello che c’è a cena .-

- Lasciatelo stare, portatelo vicino al fuoco, tiene la testa e le mani gelate, chi sa che fame deve avere.- Sono tutti seduti al camino, solo la madre di Rosa si affanna tra i

fornelli e il forno a legna. Mentre i suoi non danno pace al giovane soldato, Rosa guarda quel maledetto mantello nero. Era così orgogliosa del suo soldatino del Re. L’unica nel gruppo delle amiche ad avere un fidanzato soldato a Napoli. Ogni mese Ferdinando andava dallo scrivano che tiene sedia, tavolo penna e calamaio, giusto di fronte alle caserme.

Lo scrivano lo vedeva arrivare e cominciava a pulire il pennino. Allora che dobbiamo scrivere? Cara Rosa….- . E lui serio

Una lettera da un foglio pieno da tutte e due le parti per Volturara Irpina, con tanto di busta chiusa e indirizzo.-

E la lettera ogni volta parte, passa di carrozza in calesse, valica alfine il Malepasso e giunge a Rosa. Ogni lettera riletta quattro volte. La prima volta Rosa va da sola dalla maestra di scuola a farsi aiutare nella lettura. Poi la rilegge, aiutandosi con la memoria, davanti al fuoco alla sua famiglia riunita la sera per la cena, in questa occasione salta qualche parola riservata solo a lei. Infine c’è il rito della lettura la domenica mattina al gruppo delle amiche in un angolo della Piazza riscaldato dal sole, preceduta dalla lettura all’amica del cuore il giorno prima.

Da un libro della maestra Rosa aveva strappato di nascosto un caporale coi baffoni, che non somigliava per niente a Ferdinando, ma era tanto per far vedere a tutte l’uniforme a colori della Guardia alla Reggia. Infatti, una volta Ferdinando aveva fatto la guardia d’onore alla Regina Sofia, che mentre passava gli aveva fatto un bel sorriso (diceva Ferdinando), e che chi sa magari un giorno gli avrebbe chiesto da dove veniva e avrebbe fatto un bel regalo di nozze a Rosa. Le amiche sapevano dove pizzicare.

- Rosa, ma se la poi la regina Sofia ti si ruba a Ferdinando, tu che fai, ti metti con Franceschiello?-

- Ci si deve solo provare quella svergognata, che vado a Napoli e l’ammazzo in mezzo alla Reggia.-

Tutto scorreva felice. La regina Sofia e il Re Franceschiello avrebbero di sicuro fatto caporale il suo Ferdinando, e poi chi sa anche sergente. Lei, Rosa, avrebbe attraversato la Piazza al suo braccio ogni domenica mattina prima di mezzogiorno. E invece succede che Garibaldi attraversa la Sicilia, il Re e la Regina scappano, in paese si risentono molte storie di cui Rosa mai aveva saputo. Qualcuno diventa cauto nel parlare, qualche altro minaccioso. Occhi di serpi si affacciano da sotto la pietra che le tiene imprigionate, mentre con le teste velenose cercano di risollevarla. La novella di Rosa e Ferdinando comincia con un esercito che si sbanda, perché il nemico avanza e i soldati si ritrovano senza i comandanti, che si sono venduti. Tutti a casa. Ferdinando se ne torna al paese, a Volturara Irpina, dalla sua Rosa.

Riscaldato dalla fiamma del camino

Riscaldato dalla fiamma del camino, dall’amore di Rosa accanto a lui, dall’affetto dei parenti di Rosa che gli mantengono il bicchiere sempre pieno di vino rosso, Ferdinando si gusta la miglior zuppa di fagioli della sua vita. I fagioli bollenti della sua terra si muovono nel cucchiaio di stagno, gli parlano.

- Sei vivo e sano, tutto è finito bene. Stanotte dormi a casa tua, tua sorella Carmela viene a vedere se dormi bene, se hai bisogno di un’altra coperta. -

E invece tutto deve cominciare, Ferdinando non sa che la fortuna non ha deciso cosa fare di lui. Nel viaggio a piedi e su qualche carretto ha sentito incredulo le notizie che lo vogliono due volte disertore. L’esercito nemico del giorno prima lo cerca, per mandarlo contro i miseri e pochi soldati rimasti a Franceschiello. Ma Ferdinando si sente fuori da quel mondo di guerra. Chi viene a cercarlo quassù in mezzo alle montagne, tra paesani e amici?

- Ferdinando, si fa quasi mezzanotte.- Non è un fagiolo che ha parlato, ma la madre di Rosa, che guarda severa la figlia stretta al suo fidanzato. Rosa vergognosa cerca di confondere le sue guance diventate rosse con le fiamme del camino.

- Ma non ti vogliamo cacciare, Ferdinando.- Continua con dolce sorriso la madre di Rosa.– Adesso ti fumi contento una bella pipa di tabacco e noi intanto mandiamo ad avvisare la tua famiglia di non spaventarsi, di non fare rumore e lasciare il portone un poco aperto per te. Domani torni, anche questa è casa tua.-

Dopo poco Ferdinando è in strada, riconosce ogni muro ogni portone. “ E’ inverno, non incontro anima a quest’ora. Meno male. Non ho proprio voglia di salutare, fermarmi, mettermi a raccontare”. Anime oscure e insonni appaiono e scompaiono.

Scappa Nannì

- Scappa, Nannì, scappa che arrivano le guardie.- È Carmela, la sorella di Ferdinando, che grida con voce soffocata, ansima, ha fatto di corsa i gradini dal portone alla camera del fratello, pochi attimi prima un’ombra amica ha dato due colpi secchi al portone, ha sussurrato un avvertimento, è sparita. Ferdinando si butta giù dal letto e arraffa i vestiti sparsi alla rinfusa sulla cassapanca.

- Madonna mia, ma che gli ho fatto, perché non mi lasciano in pace? Alla guerra non ci voglio tornare, non voglio morire per loro.-

Ferdinando parla da solo a voce alta, ma guarda la sorella, come per cercare di capire cosa succede e giustificarsi allo stesso tempo. Adesso è già sulle scale mezzo nudo. Il freddo gennaio di Volturara lo colpisce come una frustata, ma la paura è tanta e lo spinge fuori. Due Guardie Nazionali stanno risalendo via Campanaro per arrivare alla sua casa. Dai rumori soffocati e dal piccolo trambusto le due guardie capiscono cosa succede, intravedono Ferdinando, che sguscia fuori dal portone con poca voglia di dare spiegazioni. Le grida delle guardie, coi fucili in mano senza sparare, si sprecano: Altolà, altolà. Le guardie vogliono mettere paura a Ferdinando, ma pure annunciarsi. Arriviamo ohé che arriviamo, non sia mai che si arrivasse a uno scontro a fuoco, le finestre possono sparare da sole, senza poi parlare di una vendetta che può arrivare dopo anni. In fondo devono solo convincerlo ad andare al Posto di Guardia a firmare il foglio di partenza per il richiamo alle armi. Ma possono immaginare che, come tanti, non accetti la nuova situazione. Ferdinando è un giovane che da poche settimane è tornato a casa dalla guerra e la sua confusione mentale riescono a capirla, forse provano anche pena, ma il dovere è dovere e non si fermeranno certo a riflettere o ad andare contro gli ordini del Capitano. Non è la prima volta in quei giorni che vedono quella stessa scena. Quasi tutti i giovani, tornati sbandati a casa dal disciolto esercito borbonico e richiamati di nuovo alle armi dai Piemontesi, non hanno la minima voglia di tornare a combattere arruolati in un esercito straniero contro i loro stessi compagni, asserragliati nella fortezza a Gaeta, con il Re Francesco II a difendere le ultime disperate speranze dell’ormai ex- Regno delle Due Sicilie. Correre appresso a quel giovane smilzo e veloce come una lepre è un’impresa impossibile e i due gendarmi desistono quasi subito dall’inseguirlo, se ne tornano in Piazza per avviare una procedura ormai nota. Il Capitano della Seconda Compagnia li aspetta con l’aria di chi già si immagina tutto, d’altronde li aveva tenuti d’occhio dal Tiglio fin da quando avevano svoltato l’angolo per via Campanaro. Con fare sornione, soddisfatto della sua intuizione, si avvia al Posto di Guardia seguito dai due e li fa entrare a preparare il rapporto, mentre lui resta davanti alla porta a osservare soprappensiero l’andirivieni della gente. Una fitta nebbia si alza rendendo la Piazza spettrale, con ombre che si muovono per gli impegni di prima mattina. L’orologio di fronte suona otto colpi gravi e due acuti, il Capitano si rende conto dell’ora contando mentalmente ogni colpo, un sorriso fa capolino sul suo volto, mentre ricostruisce con la fantasia la scena del disertore che ha appena beffato i due suoi gendarmi. Ma il sorriso diventa una maschera dura, quando vede che dall’interno del posto di guardia il sergente Giuseppe Di Meo lo chiama per firmare il verbale della fuga del giovane disertore.

- Questo È il terzo caso di diserzione - tuona rivolto alle guardie. - E deve essere l’ultimo. Non tollereremo d’ora in poi nessun benché minimo ammutinamento. La legge parla chiaro, chi non vuole accettare il richiamo nell’esercito italiano deve essere considerato un disertore e se non si costituisce deve essere abbattuto. Chiamate le guardie di servizio, organizzeremo una battuta a largo raggio fino ai boschi della Faieta, dobbiamo ritrovarlo vivo o morto, per dare una dimostrazione di forza e di concretezza.-

Le guardie si danno subito da fare e nello spazio di mezz’ora, in mezzo alla Piazza, tra la curiosità e un poco di timore dei volturaresi, sono schierati tre plotoni di Guardie Nazionali in assetto di guerra. Qualcuno si chiede il motivo di tutto quel movimento, altri si fanno il segno della croce, capiscono che qualcosa di grave sta accadendo, il parlottio è continuo e si incomincia a vociferare che stanno cercando un ragazzo del Campanaro che non vuole partire per il fronte a Gaeta. A un tratto un silenzio innaturale, scandito dagli ordini degli ufficiali, cala sulla Piazza, si formano tre plotoni che partono in direzioni diverse, per una manovra di accerchiamento destinata a un sicuro successo nelle intenzioni del Capitano. Il primo si dirige al Campanaro destinazione Acquamieroli, passando per la Serra, il secondo si dirige al Cotrazzulo attraversando il Freddano e il Dragone, il terzo sale per il Candraone e passando per il vecchio molino si avvia a monte.

Erano anni che non si vedeva una cosa del genere, qualche vecchio paesano torna con la memoria a inizio secolo, quando arrivarono i francesi e tanti scapparono sulle montagne,

diventando ‘breanti’, briganti, che per sopravvivere rubavano e rapivano i signori, presi e rilasciati in poco tempo, dopo pagamento di riscatti spesso fatti di salsicce, olio, vino, farina e polvere da sparo. Negli anni attorno al 1810 i rastrellamenti feroci dei francesi di Napoleone Bonaparte, liberatori e occupanti, a caccia di disertori con l’aiuto delle guardie urbane, lasciavano quasi sempre sangue nei boschi.

 

Carmela e Rosa

La madre di Rosa si è alzata presto come al solito. Riattizza il fuoco, ci aggiunge legna e ci mette sopra una piccola conca di rame piena d’acqua a bollire. Mette tutto a portata di mano per fare il caffè. Controlla che i biscotti fatti ieri siano ancora in alto nella credenza. Tira dentro dalla finestra il pentolino di latte fresco che le hanno portato pocanzi. La voce della ragazza che glie lo ha munto per il piacere di portarglielo è ancora nell’aria.

- Comare, vi ho portato un poco di latte, scendete.-

- Ma con questo freddo ti metti a venire?-

- E se non lo faccio per voi per chi lo devo fare?-

Si ricorda che deve scendere nel pollaio a prendere le uova fresche, ma sente tre colpi decisi e brevi al portone. E chi può essere a quest’ora? Apre una finestrella e si affaccia a vedere. È Carmela, la sorella di Ferdinando Raimo.

- Carmela che fai qua a quest’ora, che succede?-

Carmela è mezza scarmigliata, si tiene stretti i capelli con uno scialle.

- Comare, aprite, vi prego, presto. Scendete.- Rumore di zoccoli di legno per la scala interna. Scatti metallici di paletti. Il portone si schiude.

- Vieni dentro, fa troppo freddo. Vieni con me in cucina vicino al fuoco. Ma che è stato?-

- Chiamate Rosa, devo parlare a Rosa subito.-

Rosa si è svegliata. Esce dalla sua camera con addosso solo la veste da notte lunga di cotone.

- Carmela, sono qua, che succede? Ferdinando mi deve dire qualcosa?-

- Dovremo piangere più lacrime che quante anime ci sono in purgatorio. Rosinella, cuore mio, Ferdinando è scappato sui monti. Le Guardie Nazionali lo volevano portare soldato coi Piemontesi contro Franceschiello.-

 Ferdinando in fuga

Ferdinando, infilata la salita del Monnezzaro che porta fuori del paese ai boschi, correndo cerca di aggiustarsi addosso i panni, che gli sfuggono dalle mani tremanti di paura e di freddo. Supera la Serra e, attraverso l’Acqua delle Noci, si arrampica fino al bosco dell’Acqua Mieroli. Nella mente cerca di trovare una strada che lo porti lontano e l’unica possibile è quella che conduce nei boschi innevati del monte Terminio. Ma capisce che nella neve seguiranno facilmente le sue tracce e decide di girare a sinistra verso l’Acqua di Zia Maria, una zona che conosce bene e dove crede che non penseranno mai di seguirlo. Il castagno cavo, nel cui tronco giocava da bambino, lo accoglie ansimante e infreddolito, si pone la testa fra le mani, mentre le lacrime cominciano a scendere lungo le guance, a liberarlo da un incubo che non sembra vero, che non gli ha lasciato il tempo di capire. Torna indietro col pensiero. Tre anni di soldato a Napoli passati in un attimo e il ritorno a casa, dopo lo scioglimento dell’esercito borbonico, che lo aveva fatto rinascere. I propositi di sposarsi e il desiderio di quella vanga che al confronto del fucile gli sembrava tanto leggera e amica.

Poi questo fulmine sulla testa del richiamo alle armi in quell’esercito che gli avevano insegnato a considerare formato da nemici capitali, e l’ordine di indossare quella divisa che nelle esercitazioni di attacco al nemico aveva perforato decine di volte con la baionetta. Un fulmine inatteso del destino che gli ha procurato brutti sogni, paure.

Le voci salgono da lontano nel silenzio e un brivido sale attraverso il suo corpo, facendogli drizzare i capelli, il cuore sembra impazzito e un tremore inarrestabile lo assale. Ritorna nell’albero accucciandosi  in un angolo e chiude gli occhi aspettando il peggio. Non vuole pregare, ne ha viste troppe in tre anni di guerra, attende sperando solo che non lo vedano.

Le tre Guardie Nazionali camminano lentamente, infastidite da un incarico di cui avrebbero fatto volentieri a meno. In un terzetto ce ne è sempre uno che di solito è il più loquace e non smette mai di parlare, la salita gli procura affanno, nonostante gli manchi il fiato martella i compagni. - Ma vi rendete conto che adesso siamo Italiani? non so che significa, ma deve essere sicuramente una cosa buona, se in tanti si sono dati da fare per arrivarci. Pensavo che bastasse essere volturarese per vivere tranquillo, ma se è necessario essere Italiani per stare meglio, sapete che vi dico? Viva l’Italia. Mio padre non si è mai mosso dal paese e ha sempre lavorato la terra, mio nonno la stessa cosa, io voglio fare altrettanto. Se essere Italiani è una cosa buona, ci daranno la terra gratis, se no a che ci serve l’Italia? Garibaldi ci ha portato libertà e mò ci porterà la ricchezza. Quelli che hanno nostalgia dei Borboni non li capisco proprio. Fino all’anno scorso chi comandava faceva legge, i Don ci trattavano come bestie e il Capourbano sembrava Napoleone Bonaparte, nemmeno un bicchiere di vino ti potevi fare senza il suo permesso. Oggi si parla di libertà e di uguaglianza, di terre e di sementi gratis, e allora ben vengano Garibaldi e Vittorio Emanuele. Qui lo si può dire ad alta voce, tanto non ci sente nessuno, giù in paese è pericoloso pure parlare. Il paese come al solito si è diviso in due. I furbi hanno capito che indietro non si torna e sono passati subito coi Piemontesi, mentre i nostalgici guardano indietro e non accettano la novità. Stavolta qualcuno fa una mala fine, ne sono sicuro. Prendete questo giovane che stiamo cercando, da quello che ha detto il nostro Capitano ha le ore contate, lo vogliono vivo o morto per dare l’esempio. Se lo prendono si fa minimo cinque anni di carcere, poveraccio, non vorrei essere nei suoi panni.

Ferdinando sente i loro passi allontanarsi e le loro voci perdersi nel fruscio del bosco, si alza e dal cavo dell’albero guarda intorno per vedere se ci sono altre guardie, poi ritorna a sedersi e aspetta in silenzio senza muoversi. Decide che forse non vale più la pena di costituirsi, sentite le parole di quel cretino. Sa che il circondario pullula di giovani come lui, scappati per non arruolarsi, soprattutto verso Montella e Acerno, e che unendosi a loro può sperare di cavarsela, o almeno di ammazzare un paio di Urbani prima di essere preso. Le ore passano lente, ma solo quando la prima oscurità arriva insieme alla nebbia dal Terminio decide di scendere verso il paese, per prendere il necessario che gli serve a sopravvivere sulle montagne. Scendendo verso valle, si disseta alla piccola sorgente posta all’inizio dell’Acqua di Zia Maria e, guardando l’acqua fredda nel palmo della sua mano, pensa che stare in montagna alla fine non è difficile, che qualcosa da mangiare o da bere la si può sempre trovare.

Le prime case del paese gli appaiono come qualcosa di ostile, come mai avrebbe immaginato nelle lunghe ore di guardia davanti alla caserma a Napoli. Allora sognava Rosa, pensava alle strette di mano dei suoi paesani in Piazza al suo ritorno e a quella domanda ripetuta cento volte senza aspettare una vera risposta:

- Allora, Ferdinando che si dice a Napoli?-

E lui a rispondere cento volte allo stesso modo:

- A Napoli ci sta il re, le navi nel porto, il mare e la regina Carolina. Che volete che si dica a Napoli. A Napoli i signori vanno a teatro in carrozza.-

E tutte le ragazzette e i monelli a corrergli dietro a fargli il verso:

- Allora che si dice a Napoli, Ferdinando? A Napoli ci sta la Regina Carolina?-

E poi tutta la sua famiglia riunita a tavola la sera. Pasta e patate, fagioli, qualche volta un poco di carne e un poco di vino. E ancora Rosa, la sua ragazza, in chiesa la domenica che si gira a guardarlo in mezzo alle amiche. Rosa che è vestita per la messa alla chiesa di San Nicola e il passeggio avanti e indietro in Piazza, con la camicetta  ricamata bianca, la gonna nera, lo scialle trapunto da uno zia suora, le scarpe della festa. Rosa che lo chiamava fuori dalla chiesa in mezzo alle amiche che ridevano.

- Ferdinando, ho preso un mozzicone di sigaro in casa, adesso mi devi far vedere che sei un uomo e te lo devi fumare.-

Lui non sa che fare, dice che non ha fuoco per accendere, se ne vuole scappare, ma le amiche gli mettono in mano i fiammiferi, lo zolfo gli brucia gli occhi e il fumo gli brucia la gola, tossisce, ride come uno scemo.

La voce del sergente napoletano lo caccia da un sogno a un altro. - Oh, cafone di fuori, ridi come uno scemo col fucile in mano, la guardia del re non deve ridere.-

Ma tant’è, ora non può permettersi sentimenti e nostalgie, che possono determinare la sua fine. Scende nel vallone della Serra, nonostante la nebbia si avvia spedito verso casa sua, dalla parte del retro per evitare eventuali brutte sorprese. Giovanni suo fratello se lo vede sbucare dall’oscuro e solo il suo sangue freddo gli impedisce di gridare, con un cenno degli occhi gli fa capire di dirigersi alla stalla che dà sul vallone, si mette contemporaneamente il dito sulla bocca per fargli capire di stare zitto. Ferdinando esegue l’ordine e aspetta in silenzio al buio l’arrivo del fratello.

- Nannì, la situazione è più grave di quanto pensiamo, ti vogliono usare come esempio per gli altri e non te la perdoneranno. Sentivo i discorsi in Piazza e nessuno, dico nessuno, era dalla tua parte. Non ho trovato una parola di conforto nemmeno da un cane. Tutti hanno paura di parlare e di dire quello che pensano. Il paese è stato preso in mano dai soliti, che adesso si vantano di essere Italiani, quando fino a ieri erano più borbonici dei Borboni.

Maledetti loro e la politica, noi fessi paghiamo per situazioni che non capiamo e che non ci interessano affatto. Sono andato da Sindaco, per chiedere perdono, facendogli capire il tuo stato d’animo, ma non ha voluto sentire ragioni. Lui che è sempre disponibile e comprensivo mi ha trattato in modo gelido. Ha cominciato a fare strani discorsi, che non ho capito, sul fatto che, per essere troppo buono con tutti, era stato minacciato di arresto da Avellino. E alla fine mi ha fatto capire che non poteva intervenire a tuo favore, perché il problema era di competenza della Guardia Nazionale e del suo Comandante. Quest’ultimo non ha voluto nemmeno ricevermi, anzi mi ha fatto maltrattare da quell’altro Caino del Capitano, degno figlio del padre, che ha minacciato di arrestarmi solo per il fatto di essere tuo fratello. Siamo rovinati, il paese è circondato dalle Guardie Nazionali, noi di famiglia siamo tenuti sotto continuo controllo negli spostamenti, da stamattina la nostra casa à presidiata dalla parte del Campanaro e non so come tu abbia fatto ad arrivare fin qui senza essere visto, figurati che hanno messo le guardie anche davanti la casa della tua fidanzata Rosa, per toglierti ogni mezzo di sopravvivenza. Non so che fare o che pensare, dimmi tu come dobbiamo comportarci.

Ma Ferdinando sa che il fratello la risposta la conosce.

- Quello che mi dici, purtroppo lo avevo intuito. Ma noi Raimo siamo di pasta dura e non caliamo la testa tanto facilmente. Ormai mi resta solo la montagna e la speranza che, come dicono, Franceschiello è davvero alle porte del Regno per riprendersi il trono dei suoi antenati. Solo se tornano i Borbone a Napoli ho speranza di cavarmela e, giuro, mi vendicherò di tanta cattiveria nei miei confronti. Per adesso ho deciso di andare alla macchia aspettando tempi migliori e sono ritornato apposta per prendere il necessario per sopravvivere. Andrò verso Montella, se non ci vedremo più, ricordami nei tuoi pensieri e sappi che morirò innocente.-

Per la scala interna sale al piano superiore e, preso il vecchio fucile del padre Sebastiano con un coltello e un poco di pane di granturco, indossa la sua vecchia cappottella. Tutta la famiglia gli è intorno in silenzio. Senza parlare abbraccia il padre, sua madre Annarosa, la sorella, sua cognata Carmenella, un bacio ai nipotini e ridisceso nella stalla con il fratello si allontana nel vallone scomparendo nella notte.

I primi giorni gli passano con una strana sensazione di malessere, dovuto allo smarrimento di doversi nascondere senza aver commesso alcun reato, ma l’esigenza di dover provvedere al proprio sostentamento prende il sopravvento, facendo appello a tutte le sue energie decide di andare a stabilirsi sul monte Costa. Si è trovato un riparo addossato a un terrapieno, è un pagliaio fatto a cono tipico di questi boschi, per adesso vi trascorre le notti ben nascosto, coperto di zolle erbose . Come gli animali del bosco impara a nascondersi di giorno e a muoversi di notte. A volte scende fino a valle nelle campagne e qualche gallina ci lascia le penne. I giorni passano lenti e un mormorio popolare sottovoce incomincia a parlare di un’ombra che vaga per sfuggire a una giustizia ingiusta. Capiscono tutti e subito di chi si tratta e non c’è una masseria che di notte non abbia sull’uscio un pezzo di pane o di formaggio, a volte un salame o una bottiglia di vino. Gli sembra facile sopravvivere intorno a Volturara guardandola dall’alto e commuovendosi per la semplicità e la disponibilità della sua gente. Ma nonostante l’omertà, le mezze parole e le piccole allusioni mettono in guardia il Capitano, che nei suoi frequenti giri per il paese alla ricerca di notizie su Ferdinando Raimo non tralascia nessun indizio o informazione. Intuita la situazione, ordina un cordone notturno di Guardie Nazionali in modo da impedire qualsiasi collegamento tra la popolazione e quello che ormai è definito il brigante disertore; nello stesso tempo fa seguire ogni movimento dei suoi familiari ed esercita controlli su chiunque va per legna nei boschi. Costretto in montagna, il disertore si dovrà arrendere per fame. Ferdinando deve limitarsi a farsi dare il cibo dei lavoranti che salgono alla montagna, ma è ben poca cosa. Le sue improvvise apparizioni con il fucile spianato a fermare i poveracci che vanno a cercare legna nei boschi creano terrore e fughe scomposte, alla fine il magro bottino si risolve in un pezzo di pane e qualche volta nemmeno in quello. In compenso si crea un clima di timore tra la popolazione e fa capire il suo raggio d’azione alle Guardie Nazionali. Una situazione nsostenibile e pericolosa, che lo stesso Ferdinando capisce. Decide allora di allontanarsi da Volturara per un po’ di tempo e prese le ultime provviste si dirige verso l’interno, ai monti del Terminio.

Volturara Irpina nell'800

Volturara Irpina è poco più di un villaggio con qualche migliaio d’anime, situato tra le montagne della profonda Irpinia. D’inverno la neve e il gelo possono provocare un isolamento quasi totale dal resto del mondo. Tutto questo dovrebbe fare dei suoi abitanti una tribù compatta, pronta a soccorrersi l’un l’altro o a difendersi unita contro le intrusioni esterne, a perseguire infine un’idea di prosperità e benessere. Ma ahimè, il volturarese ai tempi del nostro racconto cova odio e rancore verso chiunque gli abbia fatto un torto, mancato di rispetto o arrecato danno, sia questo anche il vicino o il consanguineo. E le occasioni non sono mancate. Il volturarese di questo tempo non si sente appartenere al suo villaggio, ma alla sua parte, composta dalla sua famiglia allargata, di alcuni amici e talora di soci in affari o in ruberie, di affiliati a qualche setta o partito politico. La compattezza sociale è scarsa, il piccolo paese è diviso in caste e piccole tribù. Ci risono i notabili, i piccoli possidenti, gli avvocati, il notaro, il farmacista, i medici e poi gli impiegati comunali, le guardie, i mezzadri, infine i braccianti analfabeti. L’odio e il rispetto si mischiano e si alternano, in modo inestricabile e incomprensibile per chi non appartiene a questo piccolo mondo lontano.

Al tempo di Ferdinando Raimo, il protagonista del racconto, il regno dei Borbone nelle Due Sicilie è alla fine. Giuseppe Garibaldi è sbarcato in Sicilia con i Mille, ha traversato la Sicilia da vincitore, quindi passato lo Stretto è arrivato a Napoli. Da Napoli la regina Sofia e Francesco I, detto Franceschiello, se ne scappano in carrozza alla volta delle Fortezza di Gaeta, vicino al Papa amico. Le notizie di questi sconvolgimenti arrivano incerte e in ritardo sulle montagne dell’Irpinia. E poi i volturaresi sono scettici, altre volte i Borbone scacciati sono tornati. A Volturara Irpina si zappa con più fatica che altrove, il clima è aspro, la terra è dura. La terra è la sola attività del contadino che parte soldato. Se torna offeso dal campo di battaglia, può essere un uomo peggio che morto. Vivrà della compassione di parenti e amici, suo compagno il bicchiere di vino.

I soldati borbonici, come il nostro Ferdinando, prima sbandati e poi tornati a casa, non sono gli stessi uomini che sono partiti.

Hanno visto il fratello finire il fratello ferito sul campo per non farlo soffrire, i feriti gravi abbandonati nella ritirata, l’orrore degli ospedali. Hanno assaggiato il piacere proibito del saccheggio, uscire da una casa con le mani piene di ori e senza fatica. Parlando con i migliori degli ufficiali, qualcuno di loro ha imparato che in altri parti del mondo le cose vanno in modo diverso. Qualche altro ha trovato scampo temporaneo in un convento e ha sentito i discorsi di frati maneggioni, ma anche di umili santi, ha sentito predicare l’uguaglianza. Hanno sparato e usato la baionetta, sanno che se tornano in battaglia la prossima volta toccherà a uno di loro finire a terra nel sangue proprio. Il ragazzo contadino di Volturara è il soldato che tutti i comandanti vorrebbero avere. Resiste a ogni marcia con ogni tempo, è abituato a correre a piedi nudi sui sentieri sassosi, porta qualsiasi peso come un somaro. È forte, fiero, senza paura ma disposto alla disciplina, perché abituato alla sottomissione al padrone della terra che zappa. Spesso non ha bisogno di imparare a sparare ed è ottimo tiratore, le cartucce costano e gli animali selvatici non sono mancati al primo colpo da chi ha fame. Se non sa sparare lo si addestra presto al tiro, i suoi riflessi sono rapidi, da ragazzetto va in giro con gli amici negli stagni a catturare rane. Sa prendere una serpe con le mani giusto sotto la testa che porta i denti velenosi, la mostra agli amici e va ad affogarla ridendo. Mangia volentieri tutto quello che trova nel rancio. In battaglia uccide il soldato nemico come una cosa naturale. Nel suo territorio il soldato diventa brigante, se la malasorte fa per lui questa scelta.

Il brigante Cicco Cianco

Un paesaggio irreale e freddissimo, una distesa bianca solcata ogni tanto da orme di animali selvatici. Ferdinando passa il tempo a seguirle sulla neve, mentre gli occhi vagano alla ricerca di un luogo dove potersi fermare a dormire. Ha paura dei lupi che a branchi vagano in cerca di cibo e che di notte diventano pericolosissimi. In alto verso la vetta non può andare, perché la neve è alta quasi un metro, deve mantenersi nelle zone basse e seguire un percorso quasi obbligato, per non cadere in uno dei tanti burroni di cui è pieno il Terminio. Sale all’Acqua delle Logge e attraverso la Valle della Rena scende a Verteglia, luogo dove tutti gli sbandati della zona trovano facile rifugio. Un vecchio capanno sembra essere fatto apposta per ripararlo dal freddo e dalla stanchezza del cammino fatto. Vi entra e chiude l’ingresso con della legna trovata all’interno. Si siede per terra con il fucile tra le mani e aspetta la sera che avanza lentamente. Lunghi ululati in lontananza incominciano a squarciare il silenzio e sembrano accerchiarlo nella sua solitudine. Paure ancestrali salgono dalla punta dei piedi e, attraversando con un fremito il corpo, gli fanno pulsare le tempie e scoppiare la testa. Un turbinio di immagini e voci lo sconvolgono e gli fanno ripercorrere, ancora una volta, gli avvenimenti vissuti. Su tutto le parole di suo padre Sebastiano - Noi Raimo siamo condannati a essere maltrattati da chi comanda a Volturara, ma ci sarà un giorno in cui in un modo o nell’altro dovranno strisciare come vermi ai nostri piedi; ci odiano perché non caliamo la testa come gli altri pecoroni e sappiamo sopravvivere del nostro, senza calare il cappello e gli occhi al loro passaggio. Dimenticano che veniamo da lontano, dimenticano che abbiamo dimostrato di saper morire da uomini e non di vivere da conigli.-

Un ululato appena fuori del capanno gli fa dimenticare ogni angoscia e desiderio di vendetta, pronto col fucile guarda da una fessura tra le tavole di legno che fanno da pareti. E’ una lupa venuta a riprendersi i lupacchiotti curiosi e girovaghi, ne tiene uno con delicatezza tra le zanne e ringhia ai fratellini per spingerli al ritorno nella tana. Finalmente tormentato sonno libera Ferdinando da tanti pensieri, ma dura poco. Alle prime luci dell’alba, infreddolito e preoccupato, si affaccia sull’uscio per rendersi conto del territorio. Si lava la faccia con la neve e perde i suoi occhi in lontananza per decidere sul da farsi. Deve procurarsi da mangiare, ma non è facile in quella immensa distesa bianca. Si sposta verso il basso e con somma sorpresa vede in lontananza una grossa capanna da cui esce un filo di fumo. Non sa che fare, ma deve rischiare, non può restare senza far niente. Il fumo sicuramente indica un rifugio di pastori, non sarà difficile chiedere e avere ospitalità. Sa anche che non deve mettere paura a chi sta dentro, per evitare reazioni sconnesse che possono procurare guai. Decide di dire che è un cacciatore di cinghiali, perso sulla montagna, ma una voce alle sue spalle suona improvvisa e imperiosa. - Ehi ragazzo, che diavolo vuoi, che ci fai qua, chi sei? Se non vuoi morire butta a terra il fucile e voltati lentamente.-

Ferdinando si irrigidisce nella paura e butta il fucile a terra, alzando le mani in alto come per arrendersi, non vuole morire. Si volta e vede che non sono le Guardie Nazionali, come aveva

pensato, ma tre individui sconosciuti dall’aria decisa. Incomincia a balbettare qualcosa, ma come risposta riceve il calcio di un fucile nel fianco e l’ordine di stare zitto e di seguirli. Si avviano lentamente verso la capanna, Ferdinando incomincia a capire diavere a che fare con dei briganti che sicuramente lo uccideranno senza pietà. Decide di aspettare la fine con fermezza, anzi nella sua mente incomincia a farsi strada l’idea che forse è meglio farla finita, piuttosto che continuare a vivere in quel modo. Lo spingono nella baracca e la scena che vede lo lascia interdetto. Un fumo che toglie il respiro, intorno al fuoco sul quale bolle un pentolone pieno di carne ci sono cinque personaggi strani con barbe lunghe sotto cappellacci a falda larga, con pistole alla cintola e pantaloni alla zuava ficcati dentro gli scarponi pieni di chiodi sotto alla suola. Quello che sembra il capo comincia a ridere, battendo tutte e due le mani sulla schiena del suo vicino, prende in giro i nuovi arrivati.

- Imbecilli, io mi aspettavo un cinghiale o una lepre. E voi che mi portate? na’ pagliuchella, una pagliuzza di uomo. Ma dove lo avete preso? invece di ucciderlo me lo portate qua in pompa magna? venticinque volte cretini, abbiamo tanti problemi e voi invece di risolvere, me li aumentate. Fosse almeno uno ricco, ne avremmo ricavato qualcosa, ma da come si presenta questo mi sembra un pezzente e pure fesso.-

- Era armato, Ciccocià, risponde uno dei tre, la neve cancella le tracce, con questa neve non potevamo sapere chi era e dove andava.-

Il cpo brigante ora rivolto a Ferdinando, continua

- Pagliuchè, ora devi dirci tutto, chi sei, da dove vieni e dove stavi andando, se vuoi continuare a campare.-

Il giovane racconta la sua storia con aria grave di uno che ha paura di essere arrivato all’ultima stazione della vita e si aspetta qualche azione feroce da questi briganti. Ma il racconto e l’aria impaurita di Ferdinando hanno messo tutti di buonumore. Le risate sono generali e fragorose. Cicco Cianco seduto su di uno sgabello, alza la mano e provoca il silenzio.

- E bravo lo toralese. Sei coraggioso e scaltro. Puoi restare con noi a combattere le guardie e i carabinieri. Pagliuchè, ti metteremo però alla prova e se non sei buono ti sparerò io stesso alle spalle. Adesso riscaldati al fuoco e mangia con noi. Oggi si può, domani chissà. Ti premetto che i volturaresi mi stanno sulle scatole. perché sono ignoranti e cafoni, ma tu puoi servirci per agire sul tuo territorio che conosciamo poco. Da oggi sei anche tu un brigante, pensi di esserti salvato, ma da oggi riperdi di nuovo la tua vita, perché non farai una brutta ma una bruttissima fine, come tutti noi. La nostra è una via di non ritorno che si concluderà nel sangue, ma prima di distruggerci la dovranno pagare cara. Il territorio ci protegge, da qui a Calabritto abbiamo venti rifugi, e finché c’è guerra da qualche parte ci lasceranno tranquilli, ma se cade Gaeta come si dice in giro e i Piemontesi prendono il potere in mano definitivamente, abbiamo poche speranze di salvarci. La voce nei paesi dice che una flotta inglese, alleata ai Piemontesi, è pronta a sbarcare a Manfredonia e a Gaeta, dobbiamo sperare in un miracolo che forse non si verificherà mai. D’altronde gente come noi è considerata da tutti carne da macello da eliminare, perché costituiamo un pericolo per la tranquillità dei galantuomini e chiunque comanda per prima cosa tenderà a eliminarci. Ma prima che ci eliminino completamente dobbiamo farli tremare di paura e dobbiamo succhiar loro il sangue fino alle ossa. Continueremo a rapire i più ricchi e solo se ci pagheranno li rilasceremo. Il mio sogno è di andare a morire di vecchiaia lontano da qui. Se avremo tanti soldi potremo scegliere: o ci compreremo il potere e ce ne stiamo qua liberi, o scapperemo in qualche altro mondo che sia più ospitale di questo. Si dice che nelle Americhe c’è posto per tutti e libertà di fare tutto quello che uno pensa e vuole, senza che nessuno gli chieda conto del passato, senza ricordi. Se fosse vero sarebbe proprio una bella cosa. Ma basta con le chiacchiere, caro Pagliuchella, benvenuto in mezzo a noi e che Dio te la mandi buona. Per un’altra ventina di giorni pensiamo a mangiare e a divertirci, poi verrà la primavera e penseremo sul da farsi.

Entreremo in guerra con tutti e chi si mette contro di noi vuol dire che avrà vita corta.-

Pagliuchella diventa brigante

Sul pianoro di Verteglia la vita dei briganti si svolge secondo un rituale consolidato. Eseguono pattugliamenti a due o a tre, per controllare il

territorio e impedire che le guardie li sorprendano all’improvviso.

Con l’arrivo di quello che ormai tutti i briganti montellesi chiamano Pagliuchella, i pattugliamenti arrivano a spostarsi fin sotto l’Acqua delle Logge in territorio di Volturara e a volte fin al Cretazzuolo, da dove si vede splendere in basso tutta la bellezza selvaggia del lago Dragone pieno d’acqua e di uccelli di ogni tipo.

Pagliuchella impara in breve tempo l’arte della guerriglia e degli spostamenti nelle montagne. Capelli lunghi su una folta barba nera, cappellino con visiera sulla fronte, camicia aperta sul petto e pantaloni infilati in stivali da soldato borbonico, cappottella corta sempre aperta: nemmeno suo fratello Giovanni lo riconoscerebbe con quel fucile sempre in mano e la pistola alla cintola.

La voglia di rivedere la sua famiglia e la sua fidanzata è come una lama nel cuore che sembra piegarlo, ma la paura che i suoi familiari possano essere maltrattati per la sua fuga come complici lo frena. Ferdinando Raimo è morto, ingiustamente, ma è morto.

Ormai per tutti è Pagliuchella e i volturaresi dovranno imparare a conoscerlo bene a loro spese. L’unica vendetta è uccidere il più possibile di quelli che si sono resi responsabili delle sue sventure, senza essere riconosciuto da testimoni. All’occasione solo due parole prima di sparare ‘Sono Ferdinando Raimo, mi conosci? Chi semina chiodi, dovrà camminare con le scarpe di ferro, pensa, guardando con penosa sofferenza, dalla sommità del Monte Costa la Piazza di Volturara sotto di lui,. in quella fresca mattinata di fine marzo del 1861. Le persone sono piccoli punti che si muovono avanti e indietro nel passeggio abituale, dai movimenti che compiono gli sembra di riconoscerli tutti. È Pasqua, un coro di voci e suoni sale alle sue orecchie come un vento tiepido, procurandogli sensazioni struggenti. Sono le voci e il rumore del popolo che si prepara alla festa e che nelle sue molteplici diverse componenti si unificano, in una armoniosa melodia che si innalza sulla vallata e si disperde nel vento. Pensa a Rosa, ormai persa, che oggi gli avrebbe portato il canestro pieno di taralli, salami e formaggi, secondo l’usanza, e a sua madre che dopo la messa avrebbe preparato il sugo pieno di carne, così saporito, nel quale lui avrebbe calato il pane di nascosto prima di pranzo, sapendo che lei lo avrebbe sgridato benevolmente. Cicco Cianco gli mette la mano sulla spalla distogliendolo dai suoi pensieri, gli parla e parla anche a se stesso.

- Ragazzo, così muori prima del tempo, devi uccidere il tuo cuore, noi lo abbiamo fatto da tempo e stiamo bene. Per tutti siamo bestie animalesche e come tali dobbiamo comportarci. La legge della sopravvivenza ci impone di pensare solo a noi stessi, se no ci fottono. Io non voglio morire per far fare bella figura a chi rappresenta la legge e la legalità, ma poi uccide più di noi. Ho ucciso e non merito pietà, me ne fotto di Garibaldi e di Franceschiello, voglio solo restare vivo e sarei capace di uccidere tutti i tuoi compaesani a uno a uno per restare vivo. Se non capisci questo vattene da noi, so già che ti prenderanno in due ore e vedrai che ti squarteranno se possono.-

Ferdinando è rasserenato, si sente persino di contraddire il capobrigante. Dimostra una conoscenza inattesa della storia.

- Ciccocià, ti sbagli, i volturaresi non sono così cattivi come li dipingi, sono solo mi-faccio-il-mio-interesse. Io sto pagando perché appartengo alla classe dei fessi. Come me hanno già pagato altri e altri ancora a venire saranno sacrificati agli interessi di chi comanda. Per mantenere il potere, i cascettoni della Piazza devono, dimostrare la loro adesione al nuovo governo e se non ammazzano qualche fesso come me nessuno gli crede. Si stanno scannando tra di loro, pur di restare a galla, personaggi che sei mesi fa parteggiavano per i Borboni e che oggi sembrano essere nati Italiani da sempre. Mio padre racconta che cinquanta anni fa era la stessa cosa. Nel 1814, qua sotto la Costa, per conto dei Francesi uccisero e decapitarono uno, che aveva il solo torto di non volere andare a combattere per un esercito che considerava nemico. Un altro aveva vent’anni e non capiva niente di politica, lo costrinsero a diventare preda, cioè brigante, e poi gli tagliarono la testa, insieme a uno di Paternopoli, per dimostrare la loro fedeltà a Napoleone, mentre i loro amici con imbrogli non partirono mai per la guerra. I bussolotti per estrarre di chi doveva andare soldato contenevano sempre gli stessi nomi, oppure leggevano nomi che inventavano al momento, tanto chi di noi sa leggere? Io sognavo la zappa e Rosa, i Borbone mi hanno dato il fucile e con un fucile in mano mi ammazzeranno. Giusto trent’anni fa un altro Ferdinando Raimo, come me, passò lo stesso guaio. Era un lontano parente della mia famiglia e da piccolo sentivo raccontare spesso questa triste storia. Lo fecero partire al posto di un altro, che era parente del Capourbano, del notaio e del Sindaco di allora, parente pure di questo fetente di Capitano che mi sta dando la caccia per farsi bello. Quel Ferdinando Raimo pagava per il padre Giosuè, brigante del primo Ottocento, poi riabilitato. La famiglia fece ricorso al Sindaco, al Sottointendente e all’Intendente della Provincia di Principato Ultra, come si chiamavano allora, ma senza risultato. Dovette partire nel 1831 e morì l’anno dopo nell’Ospedale militare di Napoli.-

Un velo di lacrime solca gli occhi di Ferdinando, mentre parla. Cicco Ciancio ponendogli il braccio intorno alle spalle lo fa voltare, per distoglierlo da quel panorama che gli procura dolore e sofferenza. È commosso da quel ragazzo bravo di cuore che non riesce a dimenticare la sua natura e manda la navicella dei suoi buoni sentimenti a frangersi contro lo scoglio roccioso della realtà. Istintivamente gli vuole bene perché gli ricorda quando, e non è passato troppo tempo, anche lui era di buoni sentimenti e non la belva che le cose della vita e gli uomini hanno creato.

Le buone vicine di Rosa

Sussurri, saluti. Come ogni mattina Rosa è tornata a casa dalla chiesa. Le braccia della madre sono aperte come il suo sorriso.

- Rosa, figlia mia, vieni qua, guarda chi è venuto a trovarci, è comare Ersilia che ti vuole guardare la sorte nei fondi del caffè .–

Rosa a queste cose ci crede e non ci crede, ma non vuole offendere sua madre e la comare, che pur sempre è un’ospite. La predizione del futuro da parte di comare Ersilia è scontata.

- Vedo un bel giovane, col fucile, è vestito con l’uniforme da soldato dei Borbone. Sorride e bussa a questa porta. Vedo una chiesa piena di fiori, una bella carrozza con due sposi che vanno a Napoli.-

La madre di Rosa interrompe comare Ersilia per evitare che la previsione diventi troppo ottimistica.

- Lo vedi Rosa, la sorte tua è buona, ti sposerai presto a Ferdinando. Tuo padre e io ci venderemo le fedi e le lenzuola per mandarti in carrozza a Napoli in viaggio di nozze. Adesso vieni a mangiare qualche cosa. -

Rosa sorride, dice di sì, ma si stringe lo scialle alle spalle e china la testa. Non c’è solo commare Ersilia, le vicine e tutte le donne che la conoscono da bambina hanno fatto un cerchio di protezione attorno a Rosa. Non passa giorno che non ci siano visite

- Figlia mia bella, tu così ti distruggi e ci fai morire anche a noi. Devi avere fiducia, ma per ora ti devi rassegnare. Le cose piano piano vedrai che si aggiustano. Adesso vieni a mangiare qualche cosa di buono, che se Ferdinando ti vede così non ti si piglia più.-

È la madre, sono le zie, sono le vicine di casa che confortano Rosa. Rosa piange, non vuole uscire, vuole stare sola nella sua stanza, non vuole mangiare. Rosa esce solo di casa ogni mattina per andare in chiesa accompagnata da qualche amica. Le guardie e le spie fanno finta di non vederla, e cercano di non farsi vedere. Quando Rosa è fuori in chiesa, sua madre non nasconde la disperazione e l’odio.

- Proprio a questa povera figlia mia bella doveva capitare questa disgrazia, questa infamia. È un fiore e me la vogliono far morire, la devono pagare maledetti.–

 Rosa in chiesa

Anche oggi come sempre Rosa in chiesa col capo coperto dal velo nero singhiozza, guarda la Madonna, implora, minaccia, promette, fa voti. E’ in ginocchio su una panca di legno. Non è sola, ma è come se lo fosse. Le altre donne arrivate prime di lei, coperte di nero e con uno scialle anch’esso nero a coprire il volto, non le badano, ognuna è sola con la sua sofferenza. A quest’ora si viene in chiesa spinte da dolore e disperazione. Si viene a parlare con le anime dei propri cari, si chiede misericordia per loro o li si invoca perché intercedano. Non ci sono preti, è troppo presto. Si parla direttamente col Padreterno. Rosa percepisce una presenza. Ma nessuno l’ha seguita quando è uscita di casa, ne è sicura. D’altra parte chi mai può essere interessato alle sue visite in chiesa di prima mattina? Eppure un’ombra vestita di nero ha seguito Rosa.

- Rosa vieni, andiamo a casa mia. –

Rosa si alza, non fa domande, ha riconosciuto Anna Buonopane la moglie di Vincenzo Maffeo, il manutengolo di Cicco Cianco in paese. Tutti lo sanno, nessuno lo sa. La casa di Vincenzo Maffeo è al Freddano.

- Vieni Rosa siediti, sei tra amici, qua stai sicura. Ti faccio un caffè? Vuoi fare colazione, vuoi mangiare qualche cosa?-

Anna Buonopane cerca di fare il suo meglio nella parte di ospite. Rosa fa cenno di no più volte, non si siede. Da un’altra stanza si apre una porta e si affaccia in silenzio un ragazzo. Anna lo rimprovera con affetto.

Michele che fai lì, vieni a salutare l’ospite.-

Michele guarda fisso Rosa, ma non si muove.

- È un ragazzo riservato - lo scusa Rosa. E poi a voce bassa

È Michele, il figlio di Cicco Cianco. –

Il ragazzo stringe le labbra con orgoglio e soddisfazione. Anna riprende il tono normale.

- Michele vai di là a chiamare Vincenzo, digli che si sbrighi, Rosa è qua e non ha tempo da perdere.-

Passa un minuto o due e finalmente arriva Vincenzo Maffeo, invita Rosa ad abbracciarlo, la bacia sulle guance e comincia uno sproloquio.

- Cicco Cianco diventa sempre più forte. Tutti gli vogliono essere amici. Viene presto il tempo che scende in paese con la sua banda, e allora faremo….-

La moglie lo interrompe infastidita.

Rosa ha poco tempo e tanti pensieri. Il discorso lo fai dopo. –

Rosa non riesce più a starsene in silenzio.

Come sta Ferdinando, lo vedete?-

Vincenzo sorride, fa gesti nell’aria con la mano destra a significare “altroché se sta bene”. È contento di rispondere a Rosa.

Ferdinando tuo sta bene, mangia, beve, pensa a te, parla solo di te. È un ragazzo che vale, magari un giorno o l’altro finisce che diventa capo-brigante e si fa la sua banda.-

A sentire che il suo Ferdinando potrebbe diventare capo-brigante, Rosa non si tiene più e comincia a singhiozzare. Anna l’abbraccia e si rivolge minacciosa al marito.

Ma la vuoi finire si o no? Ferdinando non è un bandito, è un soldato del Re Borbone, che colpa ne ha quel povero ragazzo di come si sono messe le cose. Adesso si sposa la sua ragazza e se ne vanno a stare da qualche parte, fino a quando le acque si sono calmate.-

E Vincenzo finalmente capisce.

Rosa vieni qua, siediti di fronte a me a questo tavolino. Ti spiego come dobbiamo fare per raggiungere Ferdinando.-

Biscotti all’anice

A Volturara Irpina ogni casa che non sia di povera gente ha una grande cucina con un camino e un forno a legna. Ai sei rintocchi del campanile di San Nicola la madre di Rosa si alzata con lo scuro per infornare i biscotti all’anice. Dopo pochi minuti il profumo dei biscotti all’anice infila lieve e vaporoso la porta della cucina, poi se ne va per ogni stanza. La madre di Rosa si volta come a seguirlo con gli occhi, poi sorride soddisfatta del risultato: i biscottini che ha appena sfornato sono croccanti colorati e profumati come devono essere. Sorride a se stessa, mentre con gli occhi della fantasia si aspetta di vedere la camicina della piccola Rosa spuntare sulla porta della cucina e sempre in silenzio ruotare attorno lo sguardo acuto, ma non ostante la piccola ladra spalanchi a più non posso i begli occhioni neri, non le riesce di vedere i biscotti che sono su un ripiano troppo alto per lei. Rosina si è tirata su dal letto e come sonnambula ha seguito il piffero incantato, il profumo dei biscottini all’anice, che come una brezza soave le ha incorniciato il visetto addormentato, sussurrando –Rosina, Rosinella bella, vieni presto che il sorcetto ti si mangia tutti i biscotti.-

Guidata dal fiuto infallibile del suo nasino, Rosina ha trotterellato verso il vassoio dei biscotti, non li vede, ma sa che devono essere lì. Allunga la manina e non trova niente, silenziosa la madre alle sue spalle ha spostato il vassoio e la prende a canzonare.

- Ah, bene alzata commarella. Il sorcetto ti si è mangiato tutti i biscotti, così impari a non dormire fino a tardi.-

Un odore di bruciato fa svanire la camicina bianca coi fiori rosa e costringe la madre di Rosa a lasciare il sogno.

- Il pane in forno, mi si brucia il pane in forno. Nessuno che venga mai a dare una mano la domenica mattina, con tutto quelloche ho da fare.- Ha gridato in modo che tutti la sentissero e spera che come al solito la figlia Rosa si tiri su dal letto e appaia sullaporta, spinta dai sensi di colpa.

Ma a quanto pare Rosa dorme ancora profondo. Meglio così. Negli ultimi giorni è più serena, mangia con appetito, anzi quasi con voracità, come in preda a richiami di primavera, e ha smesso anche di andare in chiesa tutte le mattine presto. Rosa, bella della mamma, dormi. Rimani a letto che fuori ti prendi un malanno, hai bisogno di riposo. La Madonna li sa i guai tuoi e vedrai che ti aiuta. Lasciamola dormire, deve rifiorire. Ma passa ancora un’ora e Rosa non si sente e non si vede.

- Adesso vado su e la sveglio io. -

Prende il vassoio coi biscotti e bussa alla porta della figlia col piede.

- Rosina, Rosinella, ci vogliamo svegliare?-

Niente.

Muove la maniglia col gomito e si affaccia. Il letto è vuoto e rifatto.

Entra, guarda intorno. Che si sia messa a giocare come quando era piccola, nascosta nell’armadio? Pare impossibile. Posa il vassoio sul letto e apre l’armadio dei suoi pochi vestiti. Vuoto.

 

Turno di guardia

Il figlio di Immacolata, Errico Manganaro detto Sciacquarulo, se ne sta col fucile in mano appostato vicino alla casa di Rosa, la fidanzata di Ferdinando Raimo. La campana della chiesa ha suonato cinque volte, è scuro e fa freddo. Ha ricevuto gli ordini - Tu sei abituato a camminare a piedi scalzi e noi ti diamo anche gli scarponi. Sei abituato a stare in campagna col gelo, sei un contadino. Ti mettiamo al secondo turno di notte. Appena fa chiaro viene il sostituto. Ma stai attento, devi riferire tutto. E se vedi Ferdinando il disertore, prima spara e poi dici altolà.- Questo gli ha detto il superiore.

- Ma che mi voglio sparare,- pensa Errico Manganaro.- Io voglio zappare e farmi i fatti miei. Mi sono fatto arruolare per l’inverno, ma adesso pare che Franceschiello se ne scappa e la guerra è finita. Me ne torno a zappare.-

E figuriamoci poi se si mette a sparare contro la casa di Rosa. Ragazzetto bussava al suo portone, chiamava sua madre.

- Comare, ohi comare, vi ho portato la legna, aprite.-

Invece era Rosina a socchiudere il portone. Indossava una sottanina bianca coi fiori rosa e verdi. Si gingillava con una catenina d’oro, ma sottile sottile.

- Erricuzzo, ma che fai? Sei un somarello che porti le fascine per il fuoco? -

E appena lui faceva per prenderla, lei gli chiudeva il portone in faccia svelta come una leprotta. E rideva, rideva, al riparo dietro il portone.

La madre di Rosa tratteneva le risate.

- Erricuccio ti ringrazio. Tieni qua ci sono i biscotti all’anice e, non dare retta a quella scema di mia figlia Rosina.-

Gli buttava un cartoccio dalla finestra.

- Aspetta non te ne andare, vedo se trovo del trinciato per tuo padre.-

E andava in cerca degli avanzi di pipa e mozziconi di sigaro messi da parte.

Ma Rosa era salita su uno sgabello e aperto uno spioncino del portone lo sbeffeggiava.

- Mamma non glie ne dare. Erricuccio il tabacco se lo fuma lui e dopo gli viene la tosse.-

Fa freddo stanotte, lo scuro non se ne vuole andare, un freddo cattivo allunga la notte. I brividi riscuotono il sodato Erricuccio e fanno svanire la piccola Rosa. Errico Manganaro si sta domandando da dove diavolo ne vengono questi Piemontesi e se è vero che il nuovo Re Vittorio Emanuele gli darà un pezzo di terra e un sacco di sementi.

Mi sto addormentando - pensa.- Il freddo mi congela la testa, ho sognato il portone di Rosa che si apre, Rosa che esce e si porta sulle spalle due fagotti fatti con due coperte arrotolate piene di toppe.

- Rosa, Rosina, ma dove vai, sei uscita pazza?-

Fa per muoversi, ma lei lo respinge al muro.

- Zitto Erricuccio, ti devi stare zitto.-

Rosa e Ferdinando. Addio al paese

Addio alla mia dolce casa. Addio al dolce parlare di niente, riuniti la sera al camino. Verrà con me la mia anima? Quale ali di rondine si muovono per spingere l’aria e ansiose fuggono al nido, rifugio tra i rami spinosi, tale la brezza che punge apre e chiude la nera mantella di Rosa che sale ai monti. Dietro ogni cespuglio si nasconde la spia, dietro ogni nuvola gli artigli dello sparviero sospeso nell’aria.

Il brigante Ferdinando si è fatta la barba e tagliati i capelli da soldato. Ora scende cauto verso Rosa, la vede, mette a terra fucile e cappello. L’America li aspetta. Ferdinando e Rosa hanno parlato tutto il giorno, lei fa cento volte le stesse domande. Ora sono soli col camino rovente nella capanna, lei ricomincia.

- Ferdinando, ma senti una cosa .-

- Che c’è Rosina?-

- Ma in questa America dove ce ne dobbiamo scappare ci stanno le fontane con l’acqua nella Piazza?-

- In America ci stanno i fiumi grandi come il mare a Napoli. Non hai sentito Cicco Cianco, quando lo diceva? Cicco Cianco tiene chi lo informa, quando ha sistemato le cose ci viene pure lui in America. –

- Ferdinando, ma che sono questi fiumi-?

- Quando stiamo in America li vedi.-

- E il mare, com’è il mare?-

- Il mare te lo vedrai dal bastimento. Settimane di mare, solo mare .–

- Ferdinando, ma non possiamo prendere una carrozza per andare in America? Magari ci sta una strada da qualche parte. Se si allunga un poco non fa niente. Che fretta abbiamo di andare in America.–

- Rosina per le strade ci stanno i Piemontesi, prima stiamo sul bastimento e meglio è .-

- Ferdinando, ma tu poi sei sicuro che in America ci stanno i ciucci, i somarelli? Non è che poi dobbiamo andare per tutta l’America a piedi? E la legna per il fuoco e il forno chi ce la porta?-

- Rosina in America ci sta la gente con la faccia rossa che va sempre a cavallo, non hai sentito Cicco Cianco quando lo diceva?-

- E la legna per il fuoco ce la portano loro? Quelli con la faccia rossa?-

- Rosina, in America c’è la terra, tanta terra, tu cominci a zappare, cammini e cammini ma rimani sempre sulla tua proprietà. Adesso riposati che domani mattina ti alzi presto.-

- Non mi voglio riposare, voglio sapere se Sant’Antonio ci protegge anche in America.-

Rosa tira fuori dal seno la medaglietta del santo e la bacia.

- Ma non lo sentivi il parroco, Don Marino, in chiesa? Sant’Antonio sta dappertutto, vede e provvede. Sant’Antonio viene in America con te, basta che non ti perdi la medaglietta.-

- Ma se Sant’Antonio sta qua, come fa a stare anche in America col mare in mezzo? E se invece viene con noi, chi la protegge la famiglia mia? Ho lasciato la casa mia senza dire una parola, mia madre sarà una pietra bagnata di lacrime. –

- Questo dovevi fare. Tua madre capirà che era destino. Quando saremo sul mare, Cicco Cianco farà sapere tutto alla tua famiglia.

A tua madre scriveremo, la faremo venire in America dopo che ci siamo sistemati.-

Rosina non si convince.

- Ma insomma Sant’Antonio dove sta? Rimane qua o viene con noi in America?-

Rosina non è poi tanto una bambina da fare domande così ingenue, ma si diverte a tormentare Ferdinando. Vuole essere rassicurata, vuole sapere. Soprattutto vorrebbe convincere Ferdinando a non andare in America, a stare nascosto in qualche masseria di parenti in campagna. Il tempo passa e la gente si dimentica di Ferdinando brigante.

Ma Ferdinando indietro non può tornare. Si diverte a sua volta a prendere in giro Rosina.

- Sant’Antonio ha un Fratello in America, santo pure lui. Qua la famiglia tua la protegge Sant’Antonio. In America a noi ci protegge questo suo Fratello.-

- E la lettera a mamma mia chi la scrive? Tu sì e no sai fare la firma e i saluti. E come ci arriva qua la lettera dall’America col mare di mezzo?-

- Madonna mia, la lettera la porta a Napoli il bastimento quando torna indietro. E poi da Napoli la portano in carrozza fino a Volturara.-

- Si, ma la lettera a noi chi ce la scrive? Quelli con la faccia rossa?-

- Non ti dare pensiero. Ce la facciamo scrivere dal Fratello di Sant’Antonio. Una bella lettera benedetta. Sei contenta? Adesso attizzo il fuoco e ti metto un’altra coperta addosso. Statti zitta e dormi.–

- Ferdinando, solo un’ultima cosa. –

- Che vuoi?-

- In America li fanno i caciocavalli? -

Una ragazza di Volturara può rinunciare a tutto, ma al formaggio Caciocavallo, aspro e duro, mai.

Silenzio. Passano pochi minuti da sotto tre coperta di lana ruvida e arriva una vocetta addormentata ma decisa, ancora Rosina.

- Ferdinando, io domani in convento non ci vado. Non ci sto in mezzo alle monache. Io rimango qua con te. -

- In convento ci devi stare solo per pochi giorni. Poi ce ne andiamo a Roma per la via di Napoli, da Roma andiamo in America. A Roma ci protegge il Papa, che è amico di Franceschiello. In questo rifugio non ci puoi stare. Possono arrivare le Guardie Nazionali da un momento all’altro e intorno ci sta ancora la neve. Dormi.-

Ma Rosina non vuole dormire.

-Ferdinando fa freddo, attizza il fuoco.-

Lui va e getta legna nel camino, ma quando torna a lei si stende più vicino.

-Ferdinando, non mi devi toccare, è peccato.-

-E chi ci vede?-

Lei mostra ancora la medaglietta sacra.

- Sant’Antonio ci vede e non ci protegge più se facciamo peccato, ci fa pigliare dai Piemontesi.-

-Ma che ne vuoi sapere tu dei Piemontesi? E poi Sant’Antonio è andato a trovare il fratello in America. Poi torna, non ti preoccupare.-

Lei si avvolge stretta nella coperta.

-Rosina, non hai sentito? Sono i lupi qua fuori.-

Lei si getta su Ferdinando, si fa stringere, a se stessa sconosciuta.



 



 

 Rosa va in convento 

Rosa deve rassegnarsi al convento, in attesa che Cicco Cianco trovi i complici che renderanno sicura la fuga. Un convento di monache è da sempre considerato il rifugio più sicuro e discreto. Ma questi sono tempi particolari e il convento vi si deve adattare. Vediamo.

Suor Antonietta e il caporale 

- Ehi, voi, chi siete? Vi manda Delacruà? Fatevi conoscere. –

La figura femminile che ha parlato sottovoce porta un abito nero lungo che la copre completamente. Una ampia mantella scura la protegge dal freddo terribile. I capelli sono raccolti sotto uno scialle, sempre nero, che le copre tutto il viso meno due occhietti neri e sospettosi. Sotto un braccio porta una larga cesta di vimini piena a metà di uova fresche. Le risponde una voce cauta ma decisa, con un accento buffo mai sentito da queste parti.

- Sono il caporalmaggiore Luigi Viglino di Cuneo, aiutante di campo del luogotenente generale Delacroix.-

- Ma che bei baffetti biondi che porta questo caporale. E poi è così alto. L’altezza è mezza bellezza. Peccato che parlano così strano questi piemontesi: sembrano poveri disgraziati che si lamentano sempre.– Questo pensa la donna in nero prima di rivolgersi di nuovo allo sconosciuto.

- Avete niente da dirmi da parte di Delacruà?-

Luigi Viglino si slaccia la mantellina e porta la mano destra alla tasca interna, con la sinistra fa un segno educato alla donna di aspettare e tacere. Una busta di cartoncino pregiato avorio col sigillo di ceralacca e uno stemma passa con delicatezza e circospezione da una mano all’altra e si nasconde infine sotto le uova.

- E voi come vi chiamate, bella madamina? –

- Suor Antonietta da Montemarano.-

- Vorreste venire con me a Cuneo, suor Antonietta?-

- Siete uscito pazzo? E non vi avvicinate. Non lo sapete che se un piemontese mi tocca resto scomunicata?-

- E a parlare con un piemontese non restate scomunicata?-

- Fatevi i fatti vostri, Luigi Viglino, e statemi bene.-

- Sarò qui tutte le mattine di pattuglia a quest’ora per aspettare la risposta. Ora devo tornare alla squadra che ho lasciato.-

I due con molta buona volontà si fanno un reciproco inchino e muovono in direzioni opposte. È ancora scuro, l’aria è umida. Durante la notte si è alzata la nebbia, l’organizzazione del convegno segreto è stata perfetta. Il caporalmaggiore ha condotto la squadra al limite dei campi di granturco dove si trova la masseria convenuta. Da parte sua suor Antonietta se ne è uscita dal convento diretta alla stessa masseria, per raccogliere quante più uova fresche. Col cannocchiale di cui è stato dotato Luigi Viglino osserva i movimenti della suora, disperde i soldati a perlustrare in varie direzioni e da solo muove deciso alla masseria ove ora si è concluso il passaggio di mano di una lettera. Quelli della masseria non hanno visto e sentito: le uova fresche sono state pagate bene.



 

Un passo indietro. Il primo incontro di Eleonora e il generale 

La badessa Eleonora aspetta con ansia assai malcelata il ritorno di suor Antonietta in convento. Eleonora è entrata, per meglio dire è stata spinta tra lacrime e grida, nelle mura di pietra del convento a quindici anni. Da allora di anni ne sono passati venti, senza che un giorno non sognasse di scappare. Eleonora si guarda e si rimira allo specchio, cerca di capire se è bella, se può ancora piacere. Ha incontrato Delacroix per un caso inatteso e fortunato: il generale piemontese cerca una sede per se e il suo comando, ha messo gli occhi su una dipendenza del convento e ha chiesto di affittarla. La badessa gli ha fissato un appuntamento nella dipendenza per trattare le condizioni di affitto, lei si presenta con quattro robuste consorelle, lui con l’aiutante di campo, il nominato Luigi Viglino.

- Emanuele Augusto Delacroix, luogotenente generale del Re Vittorio Emanuele.-

E si inchina.

La badessa sorride e si trattiene dal ridere. Ma che si chiamino tutti Emanuele questi piemontesi?

- Suor Eleonora Frebonia di Montemarano, badessa del convento delle Oblate Sacripantine.

E fa una riverenza.

Delacroix fa per baciarle la mano, ma lei arrossisce e si ritira.

- Ve ne prego, perdonatemi, le regole, le convenienze. Ma stavate guardando dalla finestra, vi piace il giardino?-

Una delle consorelle interrompe brusca l’idillio che sta per sbocciare.

- Perdonate, reverendissima madre, forse si dovrebbe parlare dell’affitto per prima cosa.-

Lei la fa tacere con un brusco cenno della mano.

- Sapete signor generale abbiamo un gelso nel giardino, un gelso coi bachi da seta, chi sa che un giorno non si possa tessere.-

E poi teniamo anche cocuzze, cetrioli e pomodori, pensano le consorelle. Stai attenta a non fare la zoccola madre superiora, che se tornano i Borbone ci murano vive nelle celle.

Il generale sorride, gentile e melanconico.

- È un giardino pieno di sole, un sole caldo che a noi manca in Piemonte. Posso chiedervi di mostrarmi questo famoso albero digelsi coi bachi da seta? Non avrete paura di me? Le badesse hanno fama di donne coraggiose.-

Suor Eleonora ha deciso rapidamente che nella vita la paura è cattiva consigliera e che se non esce oggi nel giardino il sole caldo non lo vede più. Indica Luigi Viglino alle consorelle.

- Tenete compagnia a questo valoroso piemontese, dategli qualcuna delle ciambelline che abbiamo portato, io accetto l’onore di mostrare il giardino al generale Delacroix nostro ospite.-

La coppia esce in giardino.

 L’orologio

Al secondo incontro Delacroix ha fatto un regalo a Eleonora. Si sono ritrovati nel giardino galeotto della dipendenza, col pretesto di definire alcune clausole del contratto di affitto per la residenza del generale.

- Ho qualcosa per voi Eleonora - dice con aria complice Delacroix.

Lei si limita a guardarlo sorridendo maliziosa. Delacroix estrae dal taschino del panciotto un orologio, una grande cipolla con tanto di catenella.

- Ecco Eleonora, tenetelo sempre con voi come pegno della nostra amicizia. È di metallo, ma il coperchio è argentato. Purtroppo non segna sempre l'ora esatta, perché ha preso un colpo in battaglia contro gli austriaci. Vi prego prendetelo. Un giorno forse lo faremo riparare dal nostro orologiaio di fiducia a Porta Nuova a Torino.-

Eleonora vorrebbe saltargli al collo e baciarlo, si contiene. Adesso ha un orologio. Vede già le facce piene di meraviglia e invidia delle consorelle, quando lo mostrerà, ma sarebbe meglio rinunciare alla soddisfazione, quelle sciagurate meno ne sanno e meglio è.

- La regola ci vieta di accettare doni personali, ma sarà un segreto tra noi due.-

Eleonora prende con grande delicatezza il cipollone che Delacroix le porge, sfiorandogli appena la mano. Lo rimira, fa dondolare la catenella, lo rigira e vede una scritta illeggibile sul retro. Ora guarda Delacroix con aria di dolce rimprovero.

- Posso osare chiedervi cosa sono questi segni indecifrabili? Forse la dedica di una dama torinese?-

Delacroix assume l’aria innocente del gentiluomo accusato di colpe infamanti.

- Cosa dite mai, Eleonora. Era una dedica del nostro Re Carlo Felice ai Delacroix per i servigi resi alla patria. Purtroppo le notti piovose degli accampamenti avevano annerito di ruggine le parole fatte incidere da Sua Maestà e la scritta è andata quasi persa nel lucidare l’orologio. -

E così il presunto cipollone di Carlo Felice è ora nelle mani fidate di Eleonora e non corre più pericolo di essere trafitto dalle baionette asburgiche. L’orologio si trova riposto nel primo cassetto dello scrittoio nello studio della badessa Eleonora. Per timore che le consorelle glie lo rubino, ha forato le pagine centrali di un grosso volume rilegato: La Vita e le Opere Pie del Beato Gervaso Farina. Poi ha incassato all’interno del librone il dono prezioso. Ogni quarto d’ora la campana della chiesa nella vallata rintocca le ore e le offre brividi di piacere sottile. Lei tira il cassetto, apre il pio libro e vi trae l’orologio, lo lucida con un panno imbevuto di una soluzione e rimette le pigre lancette all’ora giusta. Dopo tutto alcuni minuti di ritardo non sono un gran cosa in un orologio nel 1861. Quando deve abbandonare loscrittoio, Eleonora se lo infila di nascosto al collo, appeso per la catenella sotto l’abito. Di sera lo porta a letto con sé e lo tiene in mano sotto il cuscino. Ma alle consorelle in un convento nulla sfugge. Esse cercano più volte invano di tentare la sua vanità.

- Reverenda madre, per caso sapete che ore sono adesso?-

Ma Eleonora non si fida, conosce da che pollaio vengono le sue gallinelle.

- È l’ora che vi state zitte e vi fate i fatti vostri.- La replica ogni volta vuol essere definitiva e asciutta.

La scritta cancellata sul retro è stato un suo tormento per settimane. Invano ogni mezzogiorno vi ha riflesso la luce sopra da ogni inclinazione. Alla fine si è arresa con un grande sospiro di delusione rassegnata. Non saprà mai che l’orologio è stato confiscato all’Arciprete Don Domenico di Atripalda, con la scusa che teneva il ritratto di Franceschiello in canonica e l’orologio poteva essere uno strumento atto a facilitare l’attuazione di una sommossa filoborbonica. La scritta sul retro del cipollone diceva “Mariarosa a Ciccillo suo perduto per sempre. Premiata Fabbrica di Martino Capece a Napoli”. L’orologio non funziona bene, perché è andato in terra durante una colluttazione tra il caporalmaggiore Luigi Viglino e l’Arciprete che difendeva strenuamente il ricordo di Mariarosa, la fanciulla di nobile e ricca famiglia che mai un Ciccillo figlio di contadini avrebbe potuto far sua. Ma torniamo a un amore che sembra avere un futuro. Dopo il secondo incontro nel giardino della dipendenza, Eleonora e Delacroix hanno convenuto che sarebbe stato avventato rivedersi ancora. Si è convenuto che il caporalmaggiore Luigi Viglino avrebbe recato e ricevuto messaggi da Suor Antonietta, prima dell’alba e di nascosto in campagna. E ora, come abbiamo visto, una prima lettera di Delacroix è nelle fidate mani di suor Antonietta.

Suor Antonietta rientra al convento con le uova fresche

- Reverendissima madre, vi è caduto questo nastrino rosso.

- Eleonora sobbalza.

- Disgraziata, come ti sei permessa di entrare senza bussare, io ti mando a lavare i porci per tre mesi.-

Suor Antonietta non pare spaventarsi, sa di essere indispensabile e di conservare segreti pericolosi per la badessa.

- Reverendissima madre, bussare e fare rumore è pericoloso con tutte queste zoccole di spie filoborboniche che teniamo in convento. Lo vogliamo far saper anche alle novizie che sono uscita e quello che sono andata a fare? -

- Dammi qua quel nastrino rosso, lo voglio mettere a Santa Chiara. Piuttosto che messaggi mi porti? –

Maliziosa e smaliziata suor Antonietta sorride e si gingilla con una tasca del vestito. Ormai sa che può permettersi tutto e vuole approfittare del momento propizio.

- E oltre al nastrino rosso, un campanellino a Santa Chiara non ce lo vogliamo mettere? Messaggi da riferire non ne ho, tanto poi chi lo capiva al piemontese, se teneva un messaggio per voi. Avete sentito come parlano? Monzà, Monzì, Monzù.- E dopo una pausa maliziosa.-

Ma ho una lettera, eccola qua.-

Alla vista della busta sigillata Eleonora palpita, avvampa, si frena a stento dallo strapparla di mano alla consorella. La prende lentamente, lacera la busta e se ne va sotto una finestrella alla luce per leggere. Attimi di silenzio. - Madre superiora, e che dice di bello Delacruà? –

- Dice che Franceschiello è fottuto oggi e per sempre. Dice che Vittorio Emanuele lo Scomunicato ci butta in mezzo a una strada a noi monache e preti.-

- Ma come? spariscono i Borbone? Ma quelli stanno col Papa. E voi credete a questo Delacruà? Ma quello chi sa cosa tiene in testa. Che ne vuole sapere lui dei Borbone. Per me Delacruà vi vuole impressionare. Franceschiello torna e ci fa murare vive a tutte quante ne siamo. –

Eleonora è furibonda.

- Scema, somara, se non lo sa lui che è generale luogotenente piemontese, chi lo deve sapere? Solo tu e i porci che ti mando a lavare non vi siete accorti che i Borbone stanno scappando con tutti i filoborbonici appresso. L’hai più visto monsignore il vescovo che stava qui tutti i giorni a mangiare scamorze e maccheroni?-

- E a farsi baciare la mano dalle novizie.-

- Fatti i fatti tuoi. Statti zitta e fammi leggere.-

Attimi di sospensione.

- Che dice ancora Delacruà, reverenda madre?-

- Dice che lui mi prende sotto la sua protezione, questo dice.-

- E a noi? a noi che non siamo madre superiora chi ci protegge?-

- Il generale protegge me e io proteggo voi. Adesso vai.-

- E non dice più niente Delacruà? Con me vi potete confidare, sono sempre stata dalla vostra parte.-

- Niente, la lettera è finita. Vai.-

- Ma come niente? La lettera è di tre fogli.-

- E sono tre fogli bianchi. Hai acceso le candele a Sant’Antonio?-

- Non ancora.-

-E vai, magari Sant’Antonio tiene una lettera da leggere, vai e fagli lume. -

La lettera del generale Delacroix supera ogni attesa di Eleonora, ogni suo desiderio. Il generale vuole averla come sua sposa, portarla via dal convento, condurla a Torino nella sua casa, presentarla a Corte. E poi quante parole di passione, rispettose sì ma appassionate. E chi se lo aspettava, pareva così formale questo Delacroix.

Di nuovo sola, sciolte le chiome corvine con i lampi dorati che ricordano la discendenza sveva, Eleonora si prova la treccia, la ferma col nastrino rosso. Lo specchio le rimanda una principesca alterigia, lei sogna di riportare di nuovo a corte la sua famiglia dopo tanti secoli. Non è la corte degli svevi a Palermo, aperta a tutti, all’arte, al sapere, a ogni religione. Non è neppure la corte allegra e sapida, perfino liberale, dei Borboni a Napoli. La corte dei Savoia ha fama meritata di essere fredda taccagna e bigotta. Ma non sono tempi di dame, cavalieri e sultani, una badessa in tempi garibaldini si deve contentare. Arrivano tempi duri per preti e monache, Monsignore il Vescovo è scappato a Roma, senza ritorno. Alla parete del suo studio al posto del grande orologio a cucù, con l’angelo che esce ogni quarto d’ora e rintocca, c’è una macchia scura.

La lettera del brigante

Un’ora dopo. Due tocchi alla porta di Eleonora.

- Chi è? Avanti.-

Gli attimi di felicità sono lampi nella notte. Due tocchi alla porta risvegliano Eleonora dal dolce sogno.

- Sono io, reverenda madre.-

È di nuovo suor Antonietta, ma con un’aria spaurita, una faccina bianca.

- Su vieni, non avere paura, ti ho sgridato troppo prima. Ma adesso ci sono grandi notizie, Delacroix mi vuole portare a Torino, mi presenta a Corte. Tu sarai la mia dama di compagnia, sei contenta?-

Antonietta fa un sorriso mesto mesto, apre la porta quel poco che le basta per passare, entra nella stanza, si avvicina a Eleonora. - Reverendissima Madre, è arrivata un’altra lettera, l’ha portata un pastore.-

- Un pastore? Ma come, il luogotenente generale Delacroix adesso mi manda la lettera per un pastore. Ma che dici, ti senti bene? -

- La lettera la manda Cicco Cianco il brigante, e sopra la busta ci sta il nome vostro. Come indirizzo.-

Le ultime parole sono dette tra i singhiozzi. Suor Antonietta consegna ora la busta piangendo e tenendola il più possibile lontano da sé, come a dire “La lettera è tua, adesso voglio vedere

che fai, io non c’entro e non ci voglio entrare. Guarda in che guaio ci troviamo per colpa tua”.

- E che vuole Cicco Cianco da noi? -

- E che deve volere, signora mia madre superiora, vorrà tutto quello che teniamo: ori, salsicce e panni. –

- Non è roba nostra, è roba della chiesa, noi abbiamo fatto voto di povertà. Cicco Cianco vuole finire all’Inferno, in mezzo alle fiamme? Non lo sa che stiamo sotto la protezione di San Guglielmo?-

- Stavamo sotto la protezione, madre superiora, stavamo. Ma poi ci siamo andate a mettere con i Piemontesi, non mi fate parlare -. E suor Antonietta fa gesti all’indietro con la mano destra a significare che i tempi belli sono andati.

- Riunisci tutte quante in refettorio, che vengo a leggere la lettera.-

- Sono già riunite, reverenda madre, intanto che pregano e vi aspettano si mangiano qualche cosa, per fermare i dolori di stomaco che ci sono venuti a tutte, quando abbiamo visto arrivare il pastore con la lettera in mano. Cicco Cianco ci spoglia e Franceschiello ci fa murare vive. Dobbiamo ringraziare certe amicizie pericolose per tutto questo, e sapete a chi mi riferisco.-

Suor Antonietta ha parlato aumentando il tono di voce in crescendo, quasi volesse farsi udire da Cicco Cianco e le sue spie. Il brigante potrebbe essere appostato attorno al convento o potrebbe arrivare stanotte, mentre dormono. E suor Antonietta esce.

- Non c’è pace - si dice Eleonora.- Si sognava già a Torino ai balli delle nobili famiglie di corte, con uno di quei vestiti lunghi e larghi, pieni di crinoline, con la collana di perle in tre giri al collo. Invece il valzer lo deve ballare qui. Deve rientrare alla svelta nei panni della badessa autoritaria e decisa, altrimenti queste disgraziate di monache sono anche capaci di ribellarsi al suo potere. Meglio andare subito nel refettorio.

Eleonora entra nel refettorio con un bel sorriso e l’aria del serpente a sonagli circondato dalle vipere. Aspetta qualche istante che il fitto parlottare ad alta voce si calmi e che le sorelle si alzino in piedi in segno di rispetto per lei.

- Bene, bene, vedo che ci siamo tutte. Abbiamo cose importanti da discutere. Abbiamo or ora ricevuto una lettera. Sedute.-

Le monache si siedono, ma non si quetano del tutto. E tra loro ci sono le serpi filoborboniche che hanno deciso di alzare il capo: messe in disparte, adibite ai lavori più umili, sentono arrivato il giorno della rivolta.

Suor Carmelina per esempio ha uno zio monsignore e un altro zio maggiore dell’esercito borbonico, sperava nel posto di badessa prima di Eleonora. Per anni ha masticato pane, preghiera e veleno, adesso si alza e parla.

- Abbiamo ricevuto? Ma le lettera è indirizzata a voi, madre reverendissima.-

Suor Colomba invece è una spia dei Borboni per tradizione di famiglia dal ’99, di solito cerca di tenersi defilata. Ma se non è ora il tempo di rischiare, quando più? Si alza lei per seconda a parlare.

- Madre superiora, quando vi scrive Delacruà la lettera è solo per voi, quando vi scrive Cicco Cianco la lettera è per tutte. Vi pare giusto?-

Eleonora pensava che la sua relazione con Delacroix non fosse tanto palese. Ma quella scimunita di suor Antonietta ha parlato, o si è fatta scoprire. Eleonora congiunge le mani e serra le labbra poi volge lo sguardo in direzione di suor Antonietta come a dire “I porci li dovrai anche asciugare, dopo averli lavati con quella tua lingua lunga”.

La domanda piuttosto retorica di suor Colomba, la spia, è rivolta in realtà a tutte le consorelle sedute al lungo tavolo, lei cerca di ottenere nuovi consensi e contare le fedeli filoborboniche. Ma le consorelle sono per lo più ondivaghe, si vogliono lasciare apertetutte le porte, del doman non v’è certezza. Qualcuna prima fa cenno di sì col capo, ma poi lo scuote dubbiosa. Qualche altra volge lo sguardo interrogativo alla vicina a significare “ Tu che dici? ”.

Eleonora è rimasta in piedi. Approfitta del momento di incertezza e sbandamento delle consorelle, fa cenni con le mani di stare zitte, poi tira fuori la lettera del brigante.

La vista della lettera provoca tremiti e fremiti lungo le due file del tavolo, come se dentro la busta ci fosse proprio Cicco Cianco pronto a saltar fuori con tanto di fucile. Eleonora Frebonia le guarda una per una, vuole ricordare a tutte chi è che sa comandare in convento.

- Sarà bene leggere cosa vuole Cicco Cianco prima di farci tante preoccupazioni. Forse vuole che preghiamo per lui e per le anime dei suoi compagni scomparsi. Forse vuole che gli diamo notizie della sua famiglia.-

Un coro di proteste la interrompe. Le sorelle sono assai scettiche sui buoni propositi di Cicco Cianco.

Suor Carmelina rifà il verso a Eleonora.

- E chi lo sa, magari Cicco Cianco si vuole ritirare qui in preghiera. Cerca conforto da noi. Lo mettiamo in una celletta, poi la sera lo andiamo a trovare e gli leggiamo le vite di San Guglielmo e Santa Brigida. –

Eleonora la fulmina con uno dei suoi sguardi che fino a ieri facevano desiderare alla malcapitata di essere una pietra nel muro. Le labbra serrate di Eleonora non lasciano uscire di bocca le parole, ma le consorelle le possono intuire “Suor Carmelina cara, indovina a chi toccherà cogliere la legna per i camini al mattino presto l’inverno prossimo.”

Ma oggi non è più ieri, le sorelle sono sfrontate. Suor Colomba arriva di rinforzo a suor Carmelina.

- Cicco Cianco si prende tutta la nostra roba, dovremo pregare e sottomerci per avere un tozzo di pane. -

Ora perfino suor Immacolata da Montella, così timida e sottomessa, si alza e grida, la paura la sconvolge e la rende aggressiva.

- E si contentasse solo della roba. Questi briganti sono diavoli, questi briganti sono peggio dei lupi, ci si mangiano. Ma dico io, non ce ne potevamo stare con Franceschiello bello nostro? Ci dovevamo andare a cercare questi Piemontesi di Delacruà?-

Le parole di suor Immacolata sono come la diga che cede e si arrende all’onda di piena. Neanche fosse il tavolo dell’ultima cena delle condannate, le buone monachelle e perdono ogni freno. Quale piange, quale invoca la protezione della Madonna e dei Santi, quale rimprovera, quale ammonisce.

- Cicco Cianco ci prende e ci porta in mezzo ai boschi io ve l’avevo detto, se ci mettiamo con gli scomunicati Piemontesi San Guglielmo non ci protegge più.-

- Finiamo tutte in mezzo a una strada, nude e senza mangiare. Ci aspetta una vita di umiliazioni-

Eleonora lascia dire, impassibile, aspetta che l’onda si spenga sulla sabbia, comincia la lettura della lettera di Cicco Cianco.

SIGNORA BADESSA, SE VOLETE SALVA LA VITA MI DOVETE MANDARE AL MOMENTO MILLE DUCATI, METÀ D’ORO METÀ D’ARGENTO, SENZA MANCARE UN GIORNO. E DOVETE MANDARE ANCHE DUE BOTTI DI VINO, SALSICCE,

PROSCIUTTI, FORMAGGIO E PEZZE DI PANNO PER PULIRE I FUCILI. SE NO

VORREI MORIRE DISGRAZIATO E VI GIURO CHE VI MANDO ALL’ELEMOSINA.

ALL’ISTANTE CHE GIUNGE LA PRESENTE RISPONDETE IMMANTINENTE, IN ALTRO

CASO ABBRUCERETE VOI E LE VOSTRE PROPRIETÀ. PER FRANCESCHIELLO

NOSTRO RE PER GRAZIA DI DIO SE VOLETE LA PACE NEL VOSTRO CONVENTO

METTETE LA BANDIERA DEI BORBONE. SE POI SIETE SORDA AL MIO PARLARE IL

CONVENTO BRUCERÀ TRA TRE GIORNI. IMMANTINENTE CHE RICEVETE LA

PRESENTE, SPEDIRETE PER PERSONA DI FIDUCIA, DOVE IL PASTORE SA,

QUATTORDICI PROSCIUTTI, VENTI PAIA DI CACIOCAVALLI, VENTI BOTTIGLIE

D’OLIO, DUECENTO PEZZE DI LANA, QUATTROCENTO SALSICCE PIÙ I DUCATI E

IL VINO. ALTRIMENTI PER LA MADONNA QUANDO MAI VI CREDERETE IO VERRÒ

PER DIETRO I SIEPONI, SALIRÒ PER IL MURO E MI FOTTERÒ LE VOSTRE

MONACHE, POI VI TAGLIERÒ LA TESTA. QUEL FESSO SCELLERATO ASSASSINO

DEL GENERALE PIEMONTESE NON SARÀ SEMPRE A PROTEGGERVI. CICCO

CIANCO.

 Le Sacripantine sono ammutolite, dunque Cicco Cianco ha una spia in convento, una spia ben informata di ogni disponibilità, il brigante ha chiesto tutto quello che hanno. Profittando del loro sgomento, Eleonora fa cenno di stare sedute e si avvia verso la porta.

- Statevi sedute, zitte e buone, che la risposta a Cicco Cianco è cosa mia. Aspettatemi qua in refettorio, finché non torno a leggervi la nostra risposta a questo brigante.-

Monache si diventa, badessa si nasce. 

La risposta di Eleonora a Cicco Cianco

Eleonora esce dal refettorio e se ne va al suo scrittoio, apre il primo cassetto, tira fuori piano piano l’orologio di Delacroix, lo lucida, se lo mette davanti in attesa che il campanile a valle rintocchi le ore. Per un attimo è tentata di scrivere a Delacroix, ma la paura non riesce a prendere il sopravvento, riflette che è meglio tenerlo lontano dal convento, non dargli preoccupazioni.

Se la deve cavare da sola, come hanno fatto tutte le badesse con tutti i briganti prima di lei. Carta calamaio e penna, dopo un’ora Eleonora è pronta a tornare in refettorio.

- Care sorelle, ecco pronta la nostra risposta a Cicco Cianco.-

Caro Cicco Cianco, fratello nostro. Abbiamo ricevuto la tua lettera portata dal pastore. Come faremo a trovare tutto quello che ci chiedi? vuoi mille ducati e noi dove li prendiamo? Siamo misere monache, viviamo di elemosina e di quello che ci danno i benefattori. Da quando poi sono arrivati i Piemontesi, siamo in tale disperazione, che uno di questi giorni prendiamo San Guglielmo vestito d’argento e ce lo vendiamo. Mi dici pure che vuoi venire dalla parte dell’orto a tagliarmi la testa. Ma non sai che teniamo i Piemontesi qua attorno e quelli sono più briganti di te? quando vuoi venire fammi avvisare. Accetta dieci paia di caciocavalli e cento salsicce, altro non teniamo. San Guglielmo ti protegga. Eleonora Febronia di Montemarano.”

Pausa in attesa di commenti. Ma il refettorio è muto, come in attesa di foglia che cada dal ramo. Eleonora allora conclude rapida.

- Sorelle, ho finito. Suor Antonietta consegnerà la mia lettera di risposta e il cesto con la roba al pastore. Io mi ritiro in preghiera nella mia cella, voi state qui e fate altrettanto.-

Uscita la gatta, le sorcette parlano.

= E adesso che succede, quando Cicco Cianco legge la risposta?= Quale invocando i Santi, quale piangendo, quale maledicendo la madre superiora, questa è la domanda che le sorelle si fanno l’un l’altra.

 E’ stata una mattinata pesante, le monachelle a una a una infilano in uscita la porta del refettorio e se ne vanno a riflettere.

Qualcuno bussa al convento

Sfinita dagli eventi, Eleonora si è concessa un riposo, ha chiuso gli occhi appena posto il capo sul cuscino. Dorme e sogna.

Musica nel sogno.

Eleonora Febronia di Montemarano sta di nuovo sognando i balli a Corte, alla Corte di Torino. Un rumore noioso che viene dalla sua porta si unisce alle melodiose note del valzer, la ballerina lo ignora, il suo carnet è pieno di nomi di principi e generali. Nel sogno i baffi del generale Delacroix fremono, sia pure in modo controllato, è geloso nel vederla volteggiare nelle braccia degli altri. Per evitare che l’ira di Delacroix esploda, lei di tanto in tanto occhieggia dalla sua parte, gli sorride con complicità e sottomissione.

Ma il rumore di qualcuno che bussa alla porta si fa più insistente, le note del valzer si allontanano.

- Chi è? avanti. Si può sapere cosa succede ancora?-

La maniglia gira cauta e la porta si socchiude, suor Antonietta scivola nella stanza, quasi strisciando sul legno dello stipite e guardando dietro. Appare come stravolta da emozioni recenti.

- Madre superiora vi cercano.-

La cercano? E chi mai può essere? Un monsignore in visita o un pellegrino bisognoso? Una

aspirante novizia di gran famiglia che vuole mantenere l’incognito? Ormai si è fatta sera. Con questo freddo neanche a pensarci. Chi mai dunque? Una intuizione le dà un tremito, il bel volto arrossisce. Delacroix è venuto a prenderla in segreto, è finita con queste disgraziate zotiche di monache, con le preghiere in refettorio tutte le sante mattine appena ti alzi, è finita coi vescovi e coi briganti. Tanti saluti a Garibaldi e Franceschiello, si va a Torino in carrozza. Suor Antonietta è lì che attende muta come in attesa di istruzioni.

- Mi cercano? E chi mai a quest’ora di notte con questo freddo? Forse il generale Delacroix è venuto in carrozza? Dio mio, cosa mi metto, come mi vesto?-

Suor Antonietta è sconvolta. “Adesso me ne vado di testa” pensa. Non bastavano le emozioni che ha avuto al portone del convento, ci mancava anche che la badessa si mettesse a fare la zoccola scimunita. Ma sempre a lei deve toccare di aprire portoni e bussare alle porte, sia benedetto San Guglielmo.

- Madre superiora, non è Delacruà.-

Dal tono irritato e cattivo della risposta Eleonora intuisce che ci sono guai in arrivo al convento, si cala di nuovo assai a malincuore nei panni della badessa.

- Che vogliamo fare? Aspettiamo mezzogiorno e poi mi dici chi mi cerca?-

Ma suor Antonietta la delude, non ha proprio l’aria di voler assumere la parte della ubbidiente sottomessa e neppure di voler dare una rapida e soddisfacente risposta, anzi se ne parte in uno sproloquio minaccioso che pare senza capo né coda.

- E chi vi deve cercare reverenda madre, che timore dobbiamo avere? tanto a noi ci protegge Delacruà. Abbiamo voluto risparmiare sui prosciutti e sulle salsicce, e queste sono le conseguenze. Adesso suoniamo la tromba e facciamo correre la cavalleria piemontese.–

Eleonora la guarda con gli occhi sbarrati, poi sorride, ha capito.

- Suor Antonietta, la giornata ci ha stordite, ti sei addormentata e ti sei fatto un brutto sogno. Tieni, prendi questo sacchettino di mandorle dolci e tornatene in cella a pregare San’Antonio che  ti tenga lontani i diavoli. Anzi, visto che stavo riposando e mi hai interrotto, fammi prima un bella tazza di cioccolata.–

Suor Antonietta accenna a una riverenza.

- Visto che ci sono ne faccio due di cioccolate, uno per la reverenda madre e un altro per Cicco Cianco che vi aspetta in parlatorio.-

Eleonora deglutisce.

- Cicco Cianco?-

Hai finito di fare la zoccola con Delacruà”. Suor Antonietta tace soddisfatta, ma i suoi occhi parlano per lei. Eleonora non raccoglie.

- Sì signora, è arrivato Cicco Cianco col cappello e il fucile. È accompagnato da un compare tutto mascherato, che se ci ammazza non possiamo neanche sapere chi è stato. Le sorelle si sono rinchiuse nelle celle, ma vogliono andare in refettorio, vogliono appendere il ritratto di Franceschiello al posto suo dove stava prima e cantare tutte in coro l’inno a Ferdinando II di Borbone. Lo conoscete l’inno, si? Viva il re, viva il re, viva il reeee.-

Eleonora si sta vestendo cerca qualcosa di sdrucito e rattoppato, suor Antonietta le fa segni di sbrigarsi, non è il caso di far irritare l’ospite con l’attesa. Ma Eleonora riflette, temporeggia.

- Che aria ha Cicco Cianco? Ti pare molto arrabbiato?-

- Adesso venite e vedete.-

- Andiamo.-

Eleonora entra in parlatorio, ha un’aria sorridente ma dimessa, come si addice a una povera badessa che ha dato tutto quello che poteva dare. Vede che ci sono due figure in attesa, non è difficile intuire quale dei due è Cicco Cianco, si dirige cauta verso di lui.

- Fratello caro, per quanto riguarda le salsicce mancanti …  .-

Cicco Cianco non sta neanche a sentirla, ma muove verso di lei portando la destra al fianco. Eleonora suda freddo dalla punta dei piedi. Il suo futuro le passa davanti agli occhi e vola via. Si vedeva ormai Contessa di Moncalieri in carrozza per andare a vedere Parigi con le principesse Savoia, invece adesso le arriva una coltellata da Cicco Cianco e addio badessa addio. Cicco Cianco si inginocchia ai piedi di Eleonora che rimane come ipnotizzata, riesce solo a volgere lo sguardo verso suor Antonietta come a dire “Ma questo è una belva crudele e feroce, mi vuole sbranare dai piedi”.

Ma suor Antonietta non pare in cerca di anime a cui recare soccorso e conforto. Abbozza un sorrisetto mesto mesto, solleva appena le spalle e apre le palme delle mani, come a rispondere – E io che ci posso fare? Avete voluto risparmiare sulle salsicce e adesso Cicco Cianco vi sbrana e vi ammazza, vuol dire che vi faranno Beata e il convento ne avrà rimerito.-

Mentre il gregge delle sorelle spaurite china il capo in attesa del morso del lupo, Cicco Cianco prende la mano di Eleonora e se la porta con delicatezza inattesa alle labbra. Eleonora rimane immobile come coniglio tra le spire del serpente. Il brigante le bacia lamano, poi le sussurra le ultime parole che Eleonora mai si aspettasse.

- Mi dovete perdonare signora Badessa, perdonatemi e aiutateci.-

Eleonora ormai è sicura di essere entrata anche lei nel sogno di Suor Antonietta, guarda di nuovo la consorella come a dirle

Svegliati, se no chi sa cosa succede ancora prima che arrivi mattina”.

Cicco Cianco si alza, fa un cenno col capo alla persona che è arrivata con lui.

Il personaggio mascherato si toglie il cappello, appare una lunga lucente chioma corvina, si sfila la sciarpa, scintillano due occhi che sono due perle nere e danno luce a un visetto deciso: è Rosa la ragazza di Ferdinando Raimo detto Pagliuchella.

Cicco Cianco la indica a Eleonora

- Signora Badessa, confidiamo nella vostra misericordia e benevolenza. Accogliete questa povera giovine sventurata perseguitata dalla malasorte.-

Le cose si muovono in fretta, ma la testa di Eleonora è svelta e furba, e adesso di nuovo lucida. Cicco Cianco non è venuto a prendersi la roba che ha chiesto, cerca un rifugio e un asilo per questa ragazza. È il momento di riportare ordine, regola e disciplina. Su sorelle, ordina Eleonora, trovate una bella celletta per questa brava ragazza, portatela vicino a un fuoco, datele una buona colazione, non vorrete mica che Cicco Cianco si lamenti della nostra ospitalità? Poi Eleonora ha fatto un sorriso aperto a Cicco Cianco e lo ha invitato a seguirla nel suo studio. Le carte buone sono di nuovo nelle sue mani.

- Sorelle voi date ogni conforto a questa povera figlia sventurata. Io devo parlare nel mio studio da sola con Cicco Cianco.-

Rosa senza paura

Le donne si sa non sono mai contente, fino a un minuto fa le sorelle si lamentavano perché la badessa ha una relazione con un generale piemontese. Adesso si lamentano perché è stato dato asilo a una ragazza portata in convento da Cicco Cianco, il famoso capo-brigante filoborbonico.

La povera Rosa si trova in mezzo a uno stormo di pinguine che la portano in mezzo per il corridoio delle celle, la prendono sottobraccio, la rincorrono e soprattutto parlano, gridano, fanno domande, cento, mille domande. Sono impaurite, sospettose ma sopratutto curiose.

- Ci mancavi solo tu, non ne avevamo abbastanza di guai. Ma chi sei? Da dove ne vieni? Che ci sei venuta a fare qua?-

- Povera ragazza, ma non lo vedete come è sperduta? Vieni qua vicino a me. Come ti chiami?-

- Mi chiamo Rosa e non sono sperduta, sono la fidanzata di Ferdinando Raimo, dei Raimo di Volturara Irpina. –

- Sei la fidanzata del brigante Pagliuchella? San Guglielmo bello nostro aiutaci. E adesso come facciamo, che ne sarà di noi quando i Piemontesi lo vengono a sapere? I Piemontesi caricano le monache filoborboniche sui bastimenti insieme alle pecore rubate e le mandano in America. Se quelle povere disgraziate arrivano vive, le vendono per farle lavorare come schiave. Io mi sono fatta rinchiudere qui dentro per non zappare la terra e adesso grazie a te mi ritroverò in America un’altra volta con la zappa in mano. –

Ma Rosa ha coraggio per tutte.- Non ve preoccupate dei Piemontesi che li ammazziamo a tutti quanti.-

Le buone consorelle incalzano Rosa.

- Ma perché te ne sei venuta qui in convento? Ti vuoi fare suora? Non te potevi stare con Ferdinando tuo bello? –

Rosa si difende bene.

- Starò qui per un poco, poi il mio fidanzato mi viene a riprendere. Di più non mi dovete chiedere.-

Ma ci vuol altro per chetare questo stormo di monache maldicenti e curiose.

E quanto costa adesso un fazzolettino ricamato di seta? È vero che torna Franceschiello? E come è venuto quest’anno il vino del Saracino? È nevicato tanto quest’inverno a Volturara? Che si dice a Avellino? Che si dice a Napoli? Quanti briganti tiene Cicco Cianco? Ma Cicco Cianco ti faceva portare il fucile? Tu ne hai ammazzati di Piemontesi?

Labbra di fragola e ciliegia

- Chiudete la porta dietro di voi, Cicco Cianco, e mettete pure il chiavistello. Ho dato ordine di non disturbare, ma di quelle pettegole non ci si può fidare. Stanno a sentire dietro la porta e sono capaci di entrare senza bussare e dire che si sono dimenticate di bussare per l’agitazione. Penso che abbiate qualcosa di importante e riservato da dirmi, mi sbaglio?- Eleonora non ha più paura si sente invece distratta da gradevoli sensazioni e ricordi. Da bambina si chiudeva nella sua stanza con uno dei fratelli, il suo prediletto. E parlavano e ridevano. Li sorprendeva la voce della sorella più grande, mandata dalla madre. – Che fate voi due piccoli lazzaroni chiusi là dentro, aprite e venite ad aiutare in cucina. –

Sto diventando pazza, pensa Eleonora, sento le voci. E le vengono in mente le leggende terribili sulle badesse prima di lei, invasate dal diavolo dentro questo mura maledette di pietra. Ora guarda sorridendo il brigante.

- Su dite. Un terribile capobrigante come voi non sarà intimorito da una povera monachella sola e indifesa.- Cicco Cianco la guarda, guarda i suoi lunghi capelli biondi, che lei stranamente non ha raccolto e coperto con una cuffietta. È un angelo, pensa Cicco Cianco. Il brigante ora si sente al sicuro, abbassa la guardia. L’istinto gli dice che qui non deve aver paura di una sorpresa o una trappola, i veri nemici del brigante assieme al tradimento. Allunga le mani al fuoco del piccolo camino. - Signora badessa …. .- comincia. Ma si interrompe e guarda fisso incantato Eleonora. Lei china il capo appena da un lato e spalanca gli occhi come a interrogare, ma anche come se non fosse sorpresa da quanto accade, sporge il labbro inferiore come una bambina che vuole fare i capricci.

Hai le labbra di fragola e ciliegia, pensa il brigante. – Signora badessa, sono venuto a parlarvi … .- e si interrompe di nuovo. Eleonora trova del tutto naturale l’interruzione, è sempre più distratta, forse non ha neppure sentito le parole di Cicco Cianco, infatti, sta parlando a sé stessa. - Che bei riccioli lunghi e neri come un tizzo ha questo bel brigante, altro che quel palo di Delacroix coi baffettini e il monocolo.- I due si fissano increduli, stanno sognando nello stesso sogno. Sono insieme nella loro casa a due piani con l’orto. Una coppia felice. Eleonora in cucina con il cucchiaio di legno gira il sugo di pomodoro coi funghi e col forchettone assaggia le tagliatelle fatte in casa. Cicco è giù nell’orto chinato su un piccolo innesto sperimentale di cui è orgoglioso e gelosissimo. Guarda la piantina da destra e da sinistra, ma cosa vede, orrore, qua la terra è smossa, il gambo di una fogliolina è spezzato. Prende il piccolo gambo tra pollice indice, poi lo rilascia affranto e deluso, il miracolo non è avvenuto, il gambo ferito pende di nuovo. L’ira di Cicco è terribile, invade l’orto la casa i vicini. Bestemmia e impreca contro la malasorte che lo perseguita, contro i ragazzi, il figlio e la figlia scellerati, che si mettono a correre nell’orto come scemi invece di fare qualcosa di buono. Poi guarda su verso la casa dei vicini, dall’altra parte della rete che recinge e divide gli orti. Sa benissimo che comare Ersilia, la grassa e perfida vicina sempre tutta vestita di nero, lo sta spiando dietro l’anta di legno alla finestra del secondo piano. Cicco ora leva la mano destra a dita strette e allungate in segno di maledizione. - Lo devo scoprire chi taglia la rete, per farci passare le sue galline a beccarsi le piantine mie.- Naturalmente non fa nomi, non si vuole compromettere. Eleonora si affaccia ridente al balconcino che dà sull’orto, in mano tiene il forchettone con infilata una tagliatella lunga che saggia tra i denti.

- Ciccuccio bello, la vogliamo finire di giocare nell’orto? Si scuoce la pasta, salite su subito tutti quanti, tu e ragazzi.-

Cicco sale in cucina con i ragazzi affamati appresso che gridano.

- Si mangia? è pronto? Quando si mangia? Lei odora soddisfatta il mazzetto di violette che Cicco la ha portato su. Lui le mostra corrucciato il gambo spezzato dell’innesto.

Guarda che hanno combinato questi due disgraziati.-

- Ma che c’entrano loro, saranno state le galline di commare Ersilia. O forse è stata la strega di Benevento che di notte ti manda lo gnomo dispettoso.-

Lui le sfiora la nuca, le passa la mano sulla schiena, la mano scende. Lei si irrigidisce, fa gli occhi feroci, sbuffa a voce bassa. –Ti vuoi stare fermo sì o no? Ci sono i ragazzi. –

Eleonora e Cicco Cianco si risvegliano nello stesso istante. Sono di nuovo il brigante e la badessa, costretti da secoli a recitare queste due parti, altrimenti il pubblico si spazientisce. Anche il pubblico è sempre lo stesso da secoli: preti, notabili, contabili, re e regine, famiglie ambiziose, possidenti e tanti poveri affamati e offesi.

Cicco Cianco fa un passo verso Eleonora, lei non mostra paura. Lui fa un altro passo, la guarda, si porta una mano al cuore. Lei tende a sua volta una mano bianca, delicata, verso il cuore di Cicco. Gli parla con dolcezza.

- Su, ditemi di cosa si tratta. -

Lui le prende la mano.- Signora Badessa sono venuto a parlarvi di due giovani, che … .- Si interrompe ancora.

Lei non lo ascolta, gli passa la mano a dita aperte tra i riccioli neri. Lui si inginocchia, la stringe a sé, poggia il capo sulla gonna di velluto nero.

Eleonora gira, gira, ma non è il valzer. La sua anima le brucia in petto, le grida esasperata.

Eleonora, io non ci salgo con Delacroix nella carrozza per Torino. Ci vai da sola a fare la madamina, che me ne strafotte di conoscere Vittorio Emanuele e la regina Come-si-chiama-a-quella. Viva lo Re Ferdinando, viva la Regina Carolina. Voglio sentire la terra mia d’estate sotto i piedi nudi, voglio ballare la tarantella sull’aia della masseria in mezzo ai covoni di grano con Cicco Cianco. Voglio sentire i contadini che bevono vino rosso, cantano, gridano e sparano in aria. Voglio mangiare i maccheroni al sugo con le mani, passare la mano sulla barba di Cicco Cianco per farla diventare un tizzone rosso e nero. Voglio mettere Cicco nella pentola del sugo di pomodoro e poi me lo mangio tutto mezzo crudo e mezzo cotto.

Ma che ci sono venuti a fare qua questi piemontesi, chi cazzo li ha chiamati, se ne stavano a casa loro a farsi i fatti loro.-

Eleonora sente la sua anima e si smarrisce, si perde, si slaccia il primo bottone della camicetta ricamata sotto il corsetto che la protegge. Sospira a Cicco Cianco, – Avete chiuso bene la porta col chiavistello?-

Ma guarda chi è arrivato

Eleonora riposa esausta, sfinita dagli eventi. Una tempesta di avvenimenti. È una ninfa distesa sull’erba nel profondo del bosco, ogni raggio di sole saltella da una foglia all’altra prima di scendere malizioso alle sue morbide forme e illuminarle sbarazzino. Lei sente il calore dei raggio nel sonno, lupi e cinghiali le girano intorno attenti a non far rumore, simpatici briganti vegliano su di lei, i satiri hanno riposto lo zufolo in attesa del suo risveglio naturale. La porta della sua cella rimbomba di colpi e forti grida ripetute più volte a intervalli. Alla fine non può fare a meno di riscuotersi. Si scusa con gli elfi e le fate. Non posso stare qui, devo andare.

- Chi è? Che succede? Si può sapere cosa c’è?-

La porta è chiusa a chiave. Una mano nervosa e impaurita non fa che scuotere la maniglia. È suor Antonietta.

-Sono io madre superiora, per l’amor di Dio svegliatevi, aprite, succedono cose dell’altro mondo. Aprite, aprite.-

Scatta il chiavistello, si apre la porta. Le due donne si fronteggiano mute, suor Antonietta pallida, le mani congiunte, tremante, piange. Eleonora è rossa in volto, scarmigliata, ninfa tra i boschi fuori del mondo.

- Suor Antonietta, hai visto il diavolo come l’altranno? Quando un cinghialotto sperso si infilò nel bucato steso e sembrava un lenzuolo che corre. Si può sapere che succede?-

-Teniamo un brigante in casa e i Piemontesi all’uscio. Non soquale dei due è meglio. Noi stiamo giusto in mezzo. Questo succede reverenda madre.-

- I Piemontesi all’uscio? Ma quale uscio che dici? –

- È arrivato Delacruà a cavallo, questo dico. Dice che aveva messo i soldati di pattuglia nei dintorni per proteggerci. La pattuglia ha fatto rapporto “Abbiamo visto ombre misteriose

aggirarsi attorno al convento nella foschia”. E così Delacruà si è presentato con tutta la cavalleria. Adesso stiamo proprio protette, Delacruà all’uscio e Cicco Cianco in casa, e chi ci tocca. A ogni buon conto Delacruà dice che vi vuole vedere, si vuole accertare,. meglio se non si accerta.-

-E tu cosa gli hai risposto? Dove sta adesso il generale Delacroix?-

- Sta fuori col cavallo, gli ho detto che di entrare non se ne parla nemmeno, è peccato mortale di prima classe, che se ne stesse fuori ad aspettare. –

- Brava suor Antonietta, adesso provvedo io a Delacroix. Fammi un caffè forte, nero, bollente.-

Suor Antonietta si è ripresa. Vedere Eleonora, rilassata, così bella, così florida, la rassicura. ”Madre superiora se lo rigira come vuole a quello scimunito di Delacroix”, pensa.

- Vado subito e provvedo, madre superiora, ma non avete per caso da farmi un’altra domanda?-

Eleonora le rifà il verso, parla in cantilena.

- Che ti devo domandare, suor Antonietta bella? È andata la regina al ballo?-

- Dove sta adesso Cicco Cianco? Questo mi dovete domandare.-

Eleonora si ricompone, si aggiusta i capelli, tutto gli torna in mente, si morde le labbra, prima di chiedere a suor Antonietta dove sono Rosa e Cicco Cianco.-

- Rosa l’abbiamo vestita da suora, sta in mezzo a noi. Cicco Cianco sta in refettorio. Si è mangiato tre piatti di maccheroni col sugo e una pagnotta di pane bianco, beve vino che pare una botte vuota, speriamo che non si metta a cantare. E poi continua a chiedere salsicce arrosto. Deve essere una fissazione.-

- Poverino, chi sa cosa mangiano i briganti nei boschi, senza nessuno che cucina per loro.-

- Ma quello non si sazia più, ci finisce le provviste. Ma che ne dobbiamo fare? Lo vestiamo da frate e lo mettiamo in chiesa al posto di Sant’Antonio?-

- Cicco Cianco portalo qui, lo teniamo nascosto nella mia cella fino a che non se ne vanno i Piemontesi, poi vediamo. Io me ne starò nello scrittoio.-

Suor Antonietta non è per niente contenta di tenersi Cicco Cianco in casa, lo darebbe volentieri ai Piemontesi, così impara a chiedere le salsicce. Ma bisogna piegarsi e ubbidire.

- E di Delacruà cosa ne dobbiamo fare?-

- Portalo in chiesa sotto San Guglielmo. Digli che scendo subito a ringraziarlo delle sue premure, ma gli posso parlare solo un minuto, un minuto solo, se no è peccato mortale di prima classe.-

Questa la dovevano fare diavolessa, altro che badessa. Chi sa che non si ritrova all’inferno con Cicco Cianco”, questo pensa suor Antonietta, che fa una riverenza ed esce a eseguire gli ordini appena ricevuti.

 Sotto la statua di san Guglielmo benedetto

- Eleonora non potete immaginare quanto io sia felice di vedervi in buona salute. Ci sono facce di briganti assassini qui intorno.-

- Ma che dite mai, Delacroix. I vostri soldati non sanno ancora distinguere un pastore da un brigante. I veri briganti non osano avvicinarsi al convento e mai oserebbero toccare una religiosa per paura di finire all’Inferno.-

Delacroix è perplesso, anche deluso nelle sue aspettative di cavaliere alla difesa di vedove, badesse e orfani. Svia il discorso.

- Sapete, Eleonora, ho scritto una lunga lettera alla mia famiglia, parlando di voi. Ho dovuto dire qualche piccola bugia, date le circostanze mi perdonerete. Ho scritto loro che siete una contessa di sangue svevo, che i briganti infami e la marmaglia borbonica sbandata hanno sterminato tutti i vostri parenti e amici, hanno dato fuoco alla vostra dimora e preso tutto quello che avevate, ma fortunatamente avete trovato asilo temporaneo in un convento. Adelaide, la mia sorella minore, è tra le più ansiose diconoscervi. Vi sta facendo il corredo ricamato con l’iniziale del vostro bel nome. In casa mia, a Torino, non si parla che di voi, la contessa sveva, Eleonora di Montemarano.-

- Siete un uomo pieno di sorprese, dovrò stare attenta.-

-Eleonora, …. –

- Cosa c’è?-

- Avete un bottone della camicetta sganciato.-

Lei si porta le mani al petto inorridita.

- Signore, ve ne prego, siamo sotto San Guglielmo, andate.-

Delacroix tenta di prenderle la mano per baciarla, ma lei si ritira. Delacroix prende congedo e si allontana, ma sulla porta si gira, lei lo guarda interrogativa.

- Eleonora, come va l’orologio che vi ho donato?-

- Piuttosto in ritardo. Ma basta il pensiero.-

Eleonora in Piemonte

Il brigante Cicco Cianco sognava la libera America e aveva aggiunta Eleonora al sogno. Cicco aveva stordita Eleonora con i racconti della loro fuga a Roma, dal Papa, ove lei Badessa e lui brigante filo borbonico avrebbero ricevuto ogni sorta di aiuti, poi presto il bastimento a vapore li avrebbe portati in America con tutto il suo bottino di brigante. Era stata tentata di andarsene nei boschi con i briganti, gli ori, gli argenti e le provviste del convento. Ma si era guardate le mani, la pelle sottile e rosa della discendenza normanna. Mani nate per sgranare il rosario o una collana di perle, non per il fucile. In fuga a Roma era andato Re Franceschiello, il suo convento confiscato dai liberali, le monache sbandate. 

Eleonora aveva detto addio alla sua anima torbida e aveva scelto la tiepida noia sicura.

Nella villa Delacroix, sulle colline di Torino, Eleonora Febronia di Montemarano si affaccia, ogni mattina appena alzata, da un a delle finestre che danno su fiume Po. Tra un minuto entra la sua cameriera personale. Eleonora non capisce cosa le dice, in quella sua lingua scivolosa e piena di inchini, ma cosa importa se il vassoio è colmo di una prima colazione varia e ottima.

L’arrivo del postino, la cameriera, che corre al cancello e torna con sempre almeno un biglietto dalle sue nuove conoscenze, non le portano il piacere della curiosità, ma l’ansia di leggere il suo nome scritto sulla busta da una mano forte e rozza. Nella lettera

dall’America Cicco le dice che finalmente era riuscito ad avere sue notizie, la supplica di raggiungerlo da uomo libero. Ma la lettera non era mai arrivata. Era arrivata invece la notizia che la banda di Cicco Cianco era stata circondata, i briganti straziati dai colpi. Eleonora Aveva rinunciato ai balli.    

Svanito nel nulla

Ma dove è finito il brigante Pagliuchella? Si conosce la fine ufficiale di tutti i briganti, ma la sorte di Pagliuchella dagli archivi non salta fuori. Lo si dà per ucciso in combattimento, ma la gente non riesce a sapere quando è morto e come è morto.

In verità, invano Piemontesi e Guardia Nazionale hanno dato una caccia rabbiosa al brigante Pagliuchella. Alla fine, per non ammettere la sconfitta e perdere la faccia, aiutano a diffondere la voce che questo brigante non esiste, è solo una favola inventata per incutere terrore e sobillare. Si diffondono le voci che non sia mai esistito e che sia frutto di fantasia popolare, come sovente nella storia di Volturara, per creare un alone di leggenda in un periodo che la nebbia della dimenticanza dolorosa ha coperto sotto una coltre impossibile da sollevare. La fine di Pagliuchella è rimasta nascosta e il colloquio che segue ne rende chiari i motivi.

Al Comune di Volturara

- E io vi dico che non lo posso fare. Statevi bene. –

Con queste parole che paiono irrevocabili, Generoso Mezzacapa, funzionario della Regia Anagrafe Comunale di Volturara, spinge indietro sulla sua scrivania verso l’interlocutore un sacchettino di velluto nero, che al muoversi tintinna del suono delle monete d’oro.

Dall’altra parte della scrivania c’è una pausa di riflessione, prima di riprendere a bassa voce.

-Ma, scusatemi, Ferdinando Raimo, detto Pagliuchella, non è mai esistito, altrimenti l'esercito piemontese l'avrebbe catturato. E dunque nel registro vostro che ci sta a fare? Voi lo fate sparire e fate contenti i Piemontesi. Mettetevi una mano sulla coscienza, ogni volta che i nipoti suoi avranno bisogno, che so, di un certificato, di firmare una dichiarazione, verrà fuori la storia del brigante Pagliuchella a rovinarli. Che colpa ne hanno queste povere anime innocenti?-

Mezzacapa sbatte il pugno sul tavolo e il tintinnare dell’oro gli procura come una fitta di futuri rimpianti. Ma un funzionario del Re non si corrompe, cerca di spiegare la situazione.

- Voi non vi rendete conto che se io strappassi questa pagina dal Registro, si fa per dire, oltre a Raimo Ferdinando facciamo sparire pure Cantalamessa Carmela e Cipriano Gaetano, in quanto nati nello stesso mese medesimo e in questa stessa pagina registrati. Questo io come lo spiego? E alla parrocchia ci avete pensato? Cresima e Battesimo con tanto di compare e controcompare, tutto segnato.-

L’interlocutore di Mezzacapa scuote la testa e ritma dolcemente il tempo con le mani aperte sulla scrivania come a dire ”ma guarda che teste dovevano andare a mettere qua in Comune”. Sa che deve essere paziente e sorride prima di riprendere.

- Coincidenza. Stamattina sono passato dal Parrocchiano, gli ho chiesto di vedere i registri, per un controllo, una mia curiosità, se preferite. Non ci posso ancora credere, il calamaio si è rovesciato sulla pagina di Ferdinando. –

- E il prete che vi ha detto?-

- È diventato di fuoco. “Hai fatto peccato mortale”, mi ha gridato.

Mi sono preso paura e gli ho detto ‘”Con una buona offerta, ditemi voi la cifra, si potrebbe declassare a peccato veniale?”. E mi sono messo in silenzio.-

- E il prete? Si è offeso?–

- Ma no. E perché mai? Abbiamo concordato una somma da versare in opere di bene, ho salutato rispettosamente e me ne sono andato.–

Mezzacapa riflette e l’interlocutore riprende.

- Tengo la masseria piena di roba che mi ingombra: patate, fagioli, legname, granoturco, olio, vino, castagne. Venite a trovarci una volta e fatemi la cortesia di prendere tutto quello che vi serve.-

Mezzacapa sospira. Come si può rifiutare? Sarebbe scortesia. Unisce a cerchio il pollice all’indice della mano destra, che pone con fermezza davanti agli occhi dell’altro, mentre gli parla in tono ultimativo.

- Statemi bene a sentire. Questo volume del Registro deve andare là in basso sullo scaffale, dove si vede il vuoto. Voi adesso vi accendete un sigaro, prendete il volume e lo mettete a posto. Si dovesse fare una bruciatura su una riga, io non vi ho visto e non vi conosco. Adesso vi saluto e me ne esco, che ho cose importanti da fare.–

La fiammella dello zolfanello abbaglia la vista per un istante al fumatore, quanto basta per far svanire Mezzacapa e il sacchetto di velluto nero.

Rosa e Ferdinando verso l’America.

Ferdinando Raimo, detto Pagliuchella, rincorre Rosa sul ponte di terza classe del bastimento a vapore per l’America.

- Ferdinando, ma come facciamo a camminare sull’acqua del mare, se nessuno ci tiene e ci spinge?-

- Rosina, lo vedi il fumo che esce dai comiglioli? Il fumo va indietro e il bastimento va avanti.-  

Fine



 

                                          I PIEMONTESI SONO ARRIVATI

I Piemontesi sono arrivati a Volturara Irpina. Confusione sul fronte liberale.

- Svegliati, svegliati Don Salsiccio, non li senti gli spari? Madonna mia, e adesso chi sarà, Franceschiello o i Piemontesi? Ma ti vuoisvegliare, o no?–

Lo scuote a tal punto che il sognatore non può fare a meno di tornare alla realtà.

- Che succede, che vuoi? fammi dormire.-

- Sparano, si ammazzano, questo succede. Ma noi stavamo così bene, finalmente ci eravamo comprati la vigna a Montemarano, ci stavamo mettendo a posto la masseria, ma proprio adesso dovevano venire i Piemontesi. Svegliati, madonna benedetta, qua passiamo chi sa quali guai e Don Salsiccio se la dorme.–

E finalmente il marito capisce quello che succede, per una volta tanto i sogni cominciano quando uno si sveglia. Si stropiccia gli occhi felice, ride come uno scemo.

- I Piemontesi, sono arrivati i Piemontesi con la guardia nazionale. Ci voleva il tricolore alla finestra, io te l’avevo detto di cucire il tricolore. Dove stanno i miei vestiti?-

- E se invece sono i soldati di Franceschiello, che gli diciamo del tricolore? che abbiamo messo le lenzuola colorate a stendere? I vestiti stanno sopra la sedia, dove devono stare?-

- Ma quale Franceschiello deve arrivare, quello a quest’ora sta imbarcato sopra

una nave per scappare a Roma dal Papa. E le scarpe? Dove stanno le mie scarpe? È possibile che mi devi sempre nascondere le scarpe tutte le sere?-

- Le scarpe sono sotto la sedia. Viva la rivoluzione.-

- Ma quale rivoluzione? Devi dire viva Garibaldi. Statti zitta che mi combini solo guai.-

Scende al portone, scarmigliato, la barba lunga, una scarpa in mano, cerca di infilarsi la camicia che gli penzola fuori dalla cintura. Apre il portone con una mano, con l’altra tiene il fucile. Grida.

- Viva… -

Il colpo di fucile del soldato piemontese non lo manca per poco, ma lo lascia stupito, innocente, offeso, a bocca aperta. Per fortuna una mano della moglie lo tira dentro, lo manda contro il muro, sbarra il portone. Lui cerca di capire se è vivo o se è morto.

- E tu che fai qua in camicia da notte?-

- Sono scesa dietro a te di corsa. La prossima volta mi metto il cappello con le piume, stamattina non ho fatto in tempo.-

Lui comincia a rendersi conto, cerca giustificazioni.

- Mi dovevo mettere la coccarda tricolore.-

-. Vattene di sopra che ti porto il caffè, così ti svegli.-

- Ma dovevi scendere con la camicia da notte? Adesso sei la moglie di un liberale-

Lei non lo pensa nemmeno.

Fine


 


 

                                GIOVANNI VOLPE, 16 ANNI, UCCISO DAI PIEMONTESI

Giovanni Volpe scende dal Candraone in Piazza per assistereall’arrivo dei Piemontesi e con l’ingenuità dei suoi sedici anni osserva nascosto dietro l’Orto della Chiesa l’andare e venire in Piazza, ammira le divise dei bersaglieri e i cavalli che sembrano grandi due volte quelli dei paesani. Le urla degli ufficiali, e il mantello colorato del comandante che comunica gli ordini su un cavallo bianco gli ricordano i racconti del nonno.

- Quello è Garibaldi - pensa.- Madonna, Garibaldi a Volturara! sarebbe bello se potessi andare con lui. Lo dirò a mamma che appena faccio diciotto anni andrò a combattere con la camicia rossa dei garibaldini.-

L’altolà gli arriva improvviso come una fucilata. Ma non si ferma a mani alzate, vuol fare vedere che vale più del soldato venuto da fuori, salta dietro l’angolo di una casa, tanto sa che non lo prenderanno mai. Ma subito si pente e adesso la paura gli dice solo di correre. Corre, e sente nella mente i consigli che la madre gli aveva dato la mattina prima di uscire.

- Giovannino, non farti vedere dai soldati, quelli ti sparano prima di arrestarti. Non sanno nemmeno il nostrodialetto perché parlano italiano. I fessi come noi non hanno diritto né a parlare né a chiedere spiegazioni. Non uscire di casa, è troppo pericoloso.-

Duecento metri di corsa e i soldati sono già distanziati. Le loro urla si perdono in lontananza. Arriva al ponte e svolta nel torrente che impetuoso scende dalla montagna e aguzzelava le pietre. Gli spruzzi dell’acqua fredda che gli arrivano in faccia sono mani nemiche che frenano la sua corsa. Le pietre sotto i suoi piedi ricevono le sue feroci maledizioni, mentre una forza che non pensava di avere gli mette le ali addosso. Un dolore improvviso alla caviglia lo fa cadere in acqua. Si rialza, ma riesce solo a trascinare la gamba. Impreca, ma continua ad andare avanti. Batte l’acqua con le mani come a trovare una spinta per riprendere la corsa che non viene. Sa che deve attraversare il torrente e inerpicarsi verso il costone della Maroia. Solo allora può salvarsi. La sponda opposta lo accoglie tremante e spaurito. Sembra un uccellino con un’ala rotta che vuole prendere il volo, ma riesce solo a dibattersi senza alzarsi da terra. Strisciando trascina la gamba e si avvia in alto verso il costone. Lo sparo rimbomba nella gola del torrente come una cannonata, esi riverbera in mille rumori. Gli entra nel fianco destro dal basso verso l’alto. Un bruciore al petto. Una lama rovente che loattraversa improvvisa e veloce. Rimane disteso in posizione innaturale, con le braccia in alto alla ricerca di un appiglio e il volto perso nell’erba.

Giovannino possiede solo un paio di scarponcini rotti e la sua fantasia. Al paese un ragazzo di famiglia umile, che non è andatoa scuola per seguire la via del Seminario e farsi prete, ha solo due alternative, la zappa o la guerra, a che non voglia andare in America. Giovannino ha deciso di diventare guerriero.

Ti potevi perdere negli occhi di una ragazza mora, potevi sognare i piccoli seni bianchi, invece che sognare l’andare avanti con la camicia rossa e la bandiera. Hai sentito la Guardia Nazionale che leggeva a voce alta il Foglio Liberale nella Cantina. “Tutti scappano quando le camice rosse a cavallo lanciano la carica”.

Quando Garibaldi è davanti sul cavallo bianco, tu sei accanto a lui e vi sorridete.

- Vattene fuori -, dice il padrone della Cantina.- Sei un ragazzo e non hai soldi per pagare il vino.-

Ma adesso tu torni con la camicia rossa. I ducati d’oro sonanti sul tavolo. Il padrone della Cantina si inchina, tutti si alzano, ti fanno posto, bevono con te timorosi. Gli angeli ti hanno chiamato e hanno sorriso compiaciuti quando hai detto ‘”vedete, ho la camicia rossa”. Rossa di sangue è la tua camicia stracciata, perché non hai parlato con quella ragazzina mora dai seni bianchi. Cosa vedi dall’alto? È una sciame impazzito di api con lo scialle nero che corre verso la Piazza. Le donne rincorrono tua madre che non si ferma, morde, urla, si libera, riprende a correreverso la Piazza. Vendetta. Ma tutti hanno paura e indifferenti fingono dolore. Tua madre alza a te lo sguardo e chiede vendetta alla Madonna. Si ferma e tutto lo sciame ondeggiante si ferma e mute la guardano. Tua madre lentamente scivola a terra, su un fianco distesa.

Ora è accanto a te.

- Che succede, mamma, che ti senti?- Le passi il dorso della mano sul viso di giovane madre con mille rughe di sacrifici e fatica. Lei piange.

- Niente Giovannino, ho fatto un brutto sogno. Figurati ho sognato che i Piemontesi ti sparavano e ti ammazzavano. Ti pare possibile?-


 

FINE

 

 

 

 

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