Strudel Rags
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valhalla Edward Hopper
Edward Hopper ,“ Nottambuli “ , 1942
Quelle lunghe sere metropolitane, dove la notte non passa mai e le sensazioni si rincorrono , luoghi in cui puoi rintracciare un gangster anni ’50 che parte per una missione o un detective della polizia newyorchese alle prese con un caso spinoso . Le atmosfere di una città rarefatta e sempre in movimento , dove ognuno ha il suo compito ma nessuno capisce il perché della propria venuta sulla Terra . Anime perse, che vivono un esistenza asociale e scostante, il mondo non li riguarda e loro non chiedono di farne parte . Ed allora passando per la strada di notte li vedi seduti al bancone di un bar mentre sorseggiano un caffè caldo e nero oppure affogano i loro pensieri in un whisky di pessima annata e di dubbio gusto. Trovi in questi e in molti altri i personaggi di Edward Hopper , uomini che sentono la società e la patiscono ma che in fondo la condizionano . “ Nottambuli “ è un quadro di un vissuto folgorante , di una eleganza stilistica unica ed inoltre è dotato di un taglio cinematografico che non sfuggirà a molti registi di metà novecento ( uno su tutti “ Dick Tracy , 1990 di Warren Beatty ) . La luce taglia in modo ruvido , espressionista i corpi e i luoghi , tutto è fermo , sospeso ma non fuori dal tempo , è solo notte in fondo , domani si ricomincia a vivere veramente . Strano soggetto per un pittore che era nato il 22 luglio 1882 nella cittadina di Nyach ( sul fiume Hadson ) da una famiglia di tipico stampo borghese . Le condizioni del luogo , le tendenze di inizio secolo non porterebbero a pensare ad un genio della pittura o almeno non ci spingerebbero a credere che lui possa rappresentare con viva ma allo stesso tempo distaccata partecipazione la classe dei derelitti , degli emarginati e dei non capiti dalla società. Guarda sempre dall’esterno il mondo , sempre dalla strada , non entra mai a partecipare alla festa o almeno non si mischia mai alla vera esistenza ( in “ Nottambuli “ per esempio la sua visione è di passaggio , come un uomo che guarda la scena dall’altra parte del percorso pedonale ) . Nei suoi colori , nei suoi personaggi , nelle sue visioni Hopper richiama alla mente le poesie di Auden , grande poeta americano che minacciava quasi la società statunitense di essersi persa e di aver trascurato i veri valori . Ma in Hopper non vi è condanna , solo esibizione della condizione, rappresentazione dello stadio a cui si è arrivati .
Edward Hopper , “ Morning Sun “ , 1952 I suoi temi preferiti sono gli interni ( molto simili alle opere di Degas che lui amava profondamente ), la luce sempre tagliente e portatrice di novità , i treni simboli di cambiamento e di passaggio . Ma non è tutto qui, sarebbe banale finire qui . Nel 1906 Hopper compie il suo primo viaggio in Europa , visita Parigi e rimane affascinato dalla classe degli impressionisti e nel 1907 prosegue il suo viaggio fra Londra , Berlino e Bruxelles. La luce entra nella sua tavolozza , invade la sua mente e si fa strada con soggetti pregni di luminosità e che ben si applicano alle città americane ( il contrasto fra vita rurale impressionista francese e metropoli newyorchese è molto forte ) . In “ Morning Sun “ Hopper esplode in un talento cromatico incredibile , la luce illumina i corpi , le donne diventano il suo soggetto preferito , esseri umani che guardano verso il futuro, con un velo di malinconia per un passato forse mai vissuto . Nel 1909 torna a Parigi , dipinge in varie località vicino alla capitale francese ed è sempre più attratto dalla luce e dalle sue varie possibilità di applicazione . Edward ama Manet , Pissarro, Sisley e Courbet ( sotto certi aspetti Hopper può essere considerato un realista metropolitano americano simile sulle tematiche al più celebre pittore francese ) . Il suo talento non è difficile da notare, tanto che nel 1933 il Museum of Modern Art di New York gli dedica una prima retrospettiva e Hopper viene riconosciuto come grande maestro della pittura americana di inizio e metà novecento .
Edward Hopper , “ Chair Car “ , 1965 Ma si ritorna sempre alla vita semplice ed appartata dei suoi soggetti, privi apparentemente di vita ma pensanti ( lo dimostrano i vari quadri in cui , specialmente donne leggono libri di varia natura ). Basti vedere una delle sue ultime opere dal titolo “ Chair Car “ , dove un vagone del treno si trasforma in uno spaccato di vita americana , ognuno dei protagonisti vive la sua esistenza senza dare conto a nessuno . Tranne una donna , che con una fugace ma precisa occhiata osserva una signora leggere . La luce che entra dalle vetrate è intensa ma non pesante , il colore è magari forte ( chissà perché mi ricorda il primo Munch ) , il taglio è classico ma anche in questo caso molto cinematografico . Ho cercato in quest’opera un segnale di debolezza , di paura per la morte oppure un qualche testamento pittorico , ma niente.La tranquillità da sempre presentata e dimostrata da parte di Hopper è inattaccabile . Come sempre descrive ma non giudica . La porta sullo sfondo è chiusa , il mondo è isolato , nulla turba la pace dei viaggiatori , Hopper chiude lo scompartimento e saluta la vita il 15 maggio del 1967 nel suo studio newyorchese . |
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