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Adriano Cecioni |
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“ Bambino col gallo “ , 1868 La vita e la normalità possono diventare arte , scultura e possono affascinare chiunque si accosti alle meraviglie create dal genere umano . Se vogliamo , la nostra stessa vita è un’opera d’arte e non solo in senso cristiano , ma anche fisico ed estetico perché la bruttezza è solo un parere soggettivo . Guardare al vivere umano con interesse e senso critico, senza però rimanere freddi davanti alle piccole situazione, ai grandi fatti oppure ai particolari da molti definiti insignificanti . La scultura sobria e naturale del fiorentino Adriano Cecioni ci trasporta nel mondo della normalità, del vivere comune e se vogliamo del volgo , termine che non è dispregiativo ma pregno di usanze e tradizioni . Cogliere con sguardo verista e naturalistico alle volte permette a Cecioni di immortalare la vita e di farne un monumento al vissuto che si fonda su attimi e rapidi sguardi . “ Bambino col gallo “ del 1868 è un esempio lampante e quanto mai attuale di come si possa catturare attimi di vita comune senza risultare banali o scontati . Un tenero e paffuto bambino afferra in modo casuale e inopportuno un gallo che come si può ben notare , non gradisce le attenzioni del piccolo . Con forti battiti di ali costringe l’infante a portare la testa all’indietro producendo una smorfia che rende la scultura davvero particolare ed interessante . Cecioni in quest’opera mette a frutto i suoi studi da critico e teorico dell’arte, che gli permettono con estrema facilità di scattare una fotografia del vissuto di un bambino, un attimo che molti di noi magari avranno avuto la fortuna di vivere . Nel 1870 “ Bambino col gallo “ venne presentata al Salon di Parigi con un ottimo successo , tanto che venne acquistata in brevissimo tempo da un collezionista americano ed un mercante parigino ottenne il diritto della fusione in bronzo . Lo scultore fiorentino ( nato però in realtà a Fontebuona vicino a Firenze nel 1836 ) risente nelle sue opere della scuola pittorica da lui stesso fondata a Napoli con De Nittis, Rossano e De Gregorio .
“ La Madre “ , 1884 La scuola di Resina risentiva essa stessa della corrente verista che in quegli stessi anni ( 1860 circa ), stava segnando l’arte e la letteratura tramite le opere di autori francesi ( Zola su tutti ) e di giovani scrittori italiani ( i futuri veristi Deledda e Verga ) . Nel 1868 Cecioni sbarca a Parigi e nel 1872 si trova invece a Londra , ma nonostante tutte queste tappe estere , non scorderà mai la sua scultura e la sua pittura naturale , verista e quotidiana attaccata dunque a quel mondo fiorentino che a tratti risentiva ancora del Risorgimento . Ma la sua amata Firenze lo aspetta sempre a bracci aperte , motivo per cui nel 1884 Adriano torna nella sua città quasi natale ma sicuramente artistica . Nello stesso anno realizza un’opera piena di fascino e di riservatezza domestica , “ La Madre “ , simbolo per eccellenza di dolcezza e di sicurezza .“ La Madre “ è un capolavoro di tranquillità e se vogliamo di normalità tipica come avrete ormai capito delle opere di Cecioni . Nella scultura si può scovare la naturalezza , la semplicità delle forme e la spontaneità che traspare dagli occhi della figura materna , che guarda il suo piccolo con trasporto e umanità . Il bambino protende le braccia verso la sua mamma , pronta con un seno scoperto ad allattare il piccolo , la mammella della donna è verosimile e idealizzata . Si può quasi dire che il pargolo di questa ultima scultura sia molto simile al giovane che fece una brutta esperienza con un gallo , ma forse sono solo somiglianze anatomiche e nulla più . Il maestro fiorentino cerca nella normalità la bizzarria e nei dettagli la bellezza del genere umano , che viene colto sempre e solamente nella sua quotidianità , mai in situazioni assurde o classicheggianti . Normalità quindi come la morte di Cecioni che avverrà in silenzio a Firenze nel 1886 , in privato e senza clamori .
Dopo la Scuola di Posillipo è la Scuola di
Resina, a lungo rimasta incerta nei suoi contorni, nella sua struttura e
composizione, a rappresentare l'altra grande esperienza di gruppo nell'ambito
della pittura di paesaggio napoletana dell'Ottocento. Da alcuni anni si nota un
rinnovato interesse della critica per questo sodalizio ribattezzato ironicamente
da Domenico Morelli "Repubblica di Portici". Marco de Gregorio. La casa dei capitelli
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